Scappato dalla Siria a vent’anni, per evitare di essere richiamato dall’esercito del regime a reprimere nel sangue le proteste popolari contro Assad che in quei mesi riempivano pacificamente le piazze, nel 2012 Mahmoud è riuscito a raggiungere il Libano e da lì prima l’Egitto e poi la Libia. Dopo tre anni di lavoro come operaio a Tripoli, il giovane siriano è riuscito a mettere insieme i soldi necessari per il viaggio della speranza sui barconi che partono verso l’Europa. Salvato da una nave norvegese operativa in acque internazionali nell’ambito dell’operazione Triton, Mahmoud è sbarcato assieme ad altri 950 profughi a Reggio Calabria il 7 maggio 2016. Unico arabo di carnagione chiara nell’imbarcazione, è stato arrestato e trasferito in carcere, senza comprendere quanto stava avvenendo e in mancanza di mediatori che potessero spiegarglielo. Solo dopo i alcuni giorni, Mahmoud ha capito di essere stato scambiato per uno scafista, e di dover affrontare un processo per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Un anno e mezzo dopo, come emanato nella sentenza di assoluzione del novembre scorso, l’accusa si è rivelata completamente infondata. Così, dopo oltre un anno e mezzo di carcere da innocente, il ventisettenne è stato fatto uscire di prigione, senza l’indicazione di percorsi di inserimento sociale, condannato a vivere in strada con, come uniche relazioni, quelle strette in carcere. Solo grazie all’intervento di Saverio Pazzano, che nel carcere è insegnante di letteratura italiana, Mahmoud si è potuto inserire in una struttura di accoglienza, e con il supporto dell’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo (Easo) ha ottenuto la ricollocazione in Olanda, in un paese a poche ore da Amsterdam dove da qualche giorno ha ricominciato la sua vita.

Secondo i dati del Ministero dell’Interno, dal 2013 a oggi, gli arresti di presunti scafisti in Italia sono stati oltre 1.500, ma quanti di questi erano davvero complici dei trafficanti e non semplici persone in viaggio verso una vita migliore obbligati a mettersi al timone da chi organizza i viaggi? Ulteriore beffa, nel caso di Mahmoud, è che lui alla guida dell’imbarcazione non c’è neppure stato: nessuno tra i passeggeri ha fatto il suo nome, come in altri casi avvenuto, anche a sproposito, per ottenere in cambio della collaborazione con la giustizia italiana il permesso di soggiorno. A distanza di due anni dallo sbarco, nessuno sa motivare con precisione perché, proprio lui, fosse stato fermato, se ci fossero altri motivi a parte l’avere la carnagione più chiara degli altri passeggeri del peschereccio alla deriva. Quello di Mahmoud non è un caso isolato, spesso procedimenti di questo genere hanno colpito persone sbagliate, per questo, come evidenzia Saverio Pazzano, “bisognerebbe ragionare sui rischi a cui vengono esposte queste persone, che una volta scagionate vengono lasciate a loro stesse, in strada, dove per la loro estrema fragilità rischiano di finire in pasto alla malavita”.

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