Nel mondo rovesciato in cui ci tocca vivere, assistiamo a una schiera di persone che, non capendo le cose o facendo fatica a studiare, ostenta delle verità rivelate. Far notare che magari sarebbe il caso di approfondire è diventato stigma di intelligenza col nemico, presa di posizione contro l’establishment, che invece “ha sempre ragione” (a prescindere, diceva Totò). Ormai ogni dibattito pubblico si svolge così: da un lato i self-appointed competenti, che però dimostrano spesso una profonda incompetenza combinata con una dose fenomenale di arroganza, dall’altro i cretini, gli scemi, i barbari, gli sprovveduti, i ragazzini.

Se ci ritroviamo con gente che pensa di potersi costruire la propria verità da sé un po’ su tutto, dalla storia all’immunologia, è perché le élite hanno perso gran parte della loro legittimazione. È perché si è scoperto, in altri termini, che le élite non sono più in grado di guidare le masse, ma si sono chiuse in una sorta di tetragona autoreferenzialità. Il populismo è una funzione della crisi delle élite. Non voglio qui attribuire a esso un valore positivo o negativo: intendo solo constatare, rilevare, che è venuto a cadere uno dei cardini della modernità, l’idea che si potesse spontaneamente delegare, fornire un mandato, persino dare carta bianca, alle élite.

Questo modo, peraltro, non soltanto produce delle risposte teratologiche che sono il frutto di una lettura iperbolica, distorta, talvolta farneticante degli eventi (siccome le aziende farmaceutiche sono delle sanguisughe, allora costruisco da solo – io che sono un perito agrario – la mia verità sui vaccini), in cui salta il nesso di causalità tra il tradimento delle élite e la costruzione di saperi farlocchi “autogestiti”, ma è anche politicamente suicida. Suicida perché deridere movimenti politici che prendono milioni di voti augurando loro il naufragio mentre si sta comodamente a mangiare popcorn non è il miglior modo per ricostruire il rapporto di fiducia che dovrebbe riattivare quella delega, quel mandato di cui si parlava sopra.

Prendiamo un tema incandescente delle ultime ore (ma non solo), la questione del debito pubblico. La derisione che colpisce la proposta – eliminata dalla bozza definitiva del contratto di governo – di azzerare 250 miliardi di debito presso la Bce. Sia ben chiaro, io non sostengo che questa proposta (che peraltro pare sia già stata espunta dal “contratto di governo”) sia giusta o sbagliata, fattibile o non fattibile. Leggo invece molte prese di posizione che piuttosto che discutere nel merito partono con “ma questi sono dei poveri cretini“.

Ecco, se vuole andare a sbattere definitivamente, la sinistra non deve fare altro che continuare con questo tono. Oppure può cercare di capire le cose.

Un paio di anni fa Joseph Stiglitz, in una lecture dal titolo A Better Economic Plan for Japan suggerì un abbattimento del debito tra Giappone e Banca centrale giapponese. Ma non voglio discuterne: le differenze tra la situazione europea e quella giapponese in termini economici e istituzionali sono note. Ciò che mi colpisce è, come dicevo, la profonda arroganza di chi ritiene di sapere e non sa. Non c’è verso di trovare qualcuno che dica: “studiamo, andiamo a vedere…”. Sono tutti nati imparati.

Ma ormai sembra si giochi a parti completamente rovesciate. Alcune questioni che avrebbero potuto (dovuto) essere temi centrali della sinistra sono state affrontate da altri mentre Renzi e i suoi si davano di gomito ridacchiando, dall’alto della loro sapienza. Mentre gli “uomini della strada”, commettendo molti errori, incorrendo in gaffe, facendo pure notevoli disastri, dicono “cerchiamo di aprire un dibattito, di fornire una visione del mondo”.

Certo viene da chiosare che se quei temi – non le soluzioni, sia chiaro, anche solo la discussione attorno a quei temi – non sono stati affrontati dalle élite dei competenti non è per un infortunio, un’occasione persa, un treno non preso: è per l’ostinata, deliberata, volontà di non affrontarli, di farli deragliare sul binario morto dell’irrisione.