Diciotto decisioni “aggiustate”, in cambio di mazzette e regali, in modo da riassegnare appalti da centinaia di milioni, compresi quelli della centrale acquisti della pubblica amministrazione Consip. Compreso quello per l’affidamento dei servizi di pulizia nelle scuole, finito nel mirino dell’Anac e oggetto di una multa dell’Antitrust. Accadeva nelle aule del Consiglio di Stato, come ipotizzato dai pm di Roma e come confermato, secondo Il Messaggero, dall’avvocato Pietro Amara, tra il resto legale dell’Eni, arrestato lo scorso febbraio con l’ipotesi di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari. Nell’inchiesta è indagato, oltre al socio di Amara Giuseppe Calafiore, anche l’ex presidente di sezione del Consiglio di Stato, Riccardo Virgilio, oggi in pensione.

Stando a quanto riporta il quotidiano romano, l’avvocato di Siracusa è tornato a casa (ai domiciliari) dopo aver raccontato ai magistrati di Milano, Roma e Messina di un “sistema” attraverso il quale nell’ultimo grado della giustizia amministrativa 18 sentenze sono state pilotate in modo che ricche gare – si parla di un giro di affari da oltre 400 milioni di euro – finissero alle aziende seguite dai legali coinvolti. Come la Sti-Exitone di Ezio Bigotti, definito in alcune intercettazioni nell’indagine Consip “amico di Verdini“, che ha partecipato ad alcune gare della centrale pubblica in cordata con la francese Cofely.

Tra le commesse riassegnate in modo da produrre “esiti favorevoli” viene citata quella per le “Scuole belle” (affidamento dei servizi di pulizia, decoro e funzionalità per gli immobili scolastici) che il Consiglio di Stato ha stabilito fosse affidata al consorzio Ciclat dopo che il Tar del Lazio l’aveva esclusa dalla gara. Anche gli interessi di Ciclat erano tutelati da Amara.

“De relato” (cioè riferendo fatti di cui non ha però conoscenza diretta) Amara ha anche parlato di presunti accordi relativi alla sentenza Mediolanum con cui il Consiglio di Stato nel 2016 ha dato ragione a Silvio Berlusconi accogliendo il suo ricorso di Silvio Berlusconi contro il provvedimento di Bankitalia che gli imponeva la cessione delle quote della banca a causa della perdita dei requisiti di onorabilità richiesti agli azionisti degli istitui dopo la condanna passata in giudicato per la vicenda dei diritti Mediaset.