I Toscanacci festeggiano la vittoria del trofeo 2017

Il più temuto si chiama Elia Stellati: è di Volterra, ha 22 anni e lo scorso anno è stato il capocannoniere con 12 gol in 4 partite e infatti c’è chi quest’anno propone di chiuderlo negli spogliatoi. Di sicuro infatti la sua squadra, i Toscanacci, sarà ancora quella da battere nella seconda edizione della Winners’ Cup, torneo di calcio a cui partecipano pazienti ed ex pazienti dei reparti di oncoematologia pediatrica. Il 12 maggio al Suning Youth Development Center di Milano si ritroveranno ragazzi che hanno sconfitto un tumore o stanno finendo le terapie. “Un calciatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia” cantava De Gregori. Il coraggio, quello dei piccoli calciatori che giocano tre minuti e poi tornano in panchina, provati dalle cure. L’altruismo di Elia, che l’anno scorso ha regalato la fascia autografata da Mauro Icardi a un bambino in cura. “Gliel’avevo promessa” dice Elia, il bomber.

Il capocannoniere dell’edizione 2017 Elia Stellati torna in reparto (e fa strozzare l’oncologo Luca Coccoli da un clown dottore)

Ideato dall’associazione Siamo (Società scientifiche per gli adolescenti con malattie oncoematologiche) con l’aiuto della Federazione associazioni di genitori di oncoematologia pediatrica e sostenuto da Inter, Pirelli e Csi Milano, la coppa coinvolge i giovani pazienti (o più spesso ex) di 16 reparti, da Roma a Genova, passando per Parigi. Sono 250 ragazzi e ragazze tra i 14 e i 25 anni, fuoriclasse senza contratti milionari, tutti campioni, che hanno già vinto: hanno battuto o stanno combattendo linfomi, sarcomi, leucemie. Alle spalle hanno partite dure tra radioterapie o trapianti di midollo. In testa, capelli nati dopo la chemio, più forti della cresta di Marek Hamsik. Si sfideranno in partite a 7, da 20 minuti ciascuna, mentre tutti fanno il tifo per loro: i mister-oncologi in panchina, le famiglie sugli spalti. Domenica andranno a vedere tutti insieme Inter-Sassuolo, a San Siro.

L’oncologo-ideatore di Winners’ Cup: “Per gli adolescenti servono centri dedicati”

Andrea Ferrari, ideatore della Winners Cup e oncologo dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano

La Winners’ Cup si deve ad Andrea Ferrari, luminare della medicina oncologica negli adolescenti e dirigente della pediatria all’Istituto Nazionale dei Tumori, a Milano. E’ sua l’idea di un torneo tra reparti. Nel 2011 ha fondato Progetto Giovani, in cui i pazienti si trovano tutti insieme, un pomeriggio a settimana, in reparto. Così hanno creato l’inno della Winners’ Cup, Uniti per vincere. “Non salterei un mercoledì con loro per niente al mondo – racconta – Chi si occupa di adolescenti deve capire che deve mettere in gioco anche il cuore, non solo il protocollo. Questo significa ridere con loro, piangere insieme. Non ce lo insegnano all’università” spiega a ilfattoquotidiano.it Ferrari, 50 anni, oncologo da 24 e autore di Non c’è un perché. Ammalarsi di tumore in adolescenza, edito da Franco Angeli. Come i suoi colleghi, sa di non poterli salvare tutti. E “nessun successo compensa un insuccesso” confessa.

La squadra dei Toscanacci ha vinto l’edizione 2017

A far morire gli adolescenti sono diagnosi tardive e un accesso complicato alle sperimentazioni. La Winners’ Cup richiama l’attenzione anche su questo. “La loro è un’età ponte tra l’oncologia pediatrica e quella dell’adulto. Hanno minori possibilità di accedere ai protocolli clinici, quindi, rispetto ai bambini, hanno minori probabilità di guarire, a parità di malattia” spiega Ferrari, che quest’anno ha coinvolto anche un reparto da Parigi: “Chissà, l’anno prossimo faremo la Champions League”.

I Toscanacci, campioni in carica con un titolo da difendere
A difendere il titolo sono i Toscanacci, che sono un po’ di Pisa e un po’ di Firenze. Sono guidati dal dottor Luca Coccoli del Santa Chiara di Pisa e allenati da Mirko Daversa, volontario di Agbalt, l’associazione dei genitori dei piccoli malati. Per ciascuno dei loro ragazzi la vittoria ha un sapore diverso. Per il centrocampista, Tommaso Minuti, 23 anni, alle spalle una neoplasia midollare che l’ha tenuto in ospedale tre mesi, la coppa è la rivincita per chi non c’è più. “Da capitano ho avuto l’onore di sollevare la coppa per primo, ma mi sento solo un mezzo per tutti quelli che l’avrebbero voluta sollevare al posto mio” dice Tommaso, che oggi è ingegnere biomedico.

Per Gioele Stellati, 27 anni ad agosto, la vittoria ha il sorriso della piccola Iris, 13 mesi, la figlia avuta dalla moglie Sara. “Il dottor Coccoli mi dice sempre che questa bambina è un miracolo. Prima di fare 100 giorni consecutivi di chemio, non avevo conservato il seme, perché ero stato diagnosticato già al quarto stadio e per ogni giorno che passava senza terapie, la malattia progrediva. Avevo 16 anni e metastasi negli organi vitali, come il pancreas, e linfonodi malati in tutto il corpo, fino ai piedi. Il linfoma di Burkitt è piuttosto raro, molto aggressivo, ma c’è la possibilità di guarire”. Lui ne è la testimonianza. L’anno scorso Tommaso, Gioele, Elia e gli altri hanno portato la coppa in reparto, a Pisa, per mostrarla ai bambini in cura. “Far vedere che ce l’abbiamo fatta a loro dà molta forza, tira su il morale” spiega. Quest’anno Gioele tiferà da casa: ha superato il limite di età per partecipare. Ma la gioia più grande l’ha avuta l’anno scorso, “quando sono sceso in campo insieme a mio fratello Elia”.

I Toscanacci nello spogliatoio

Elia il bomber che, 9 anni dopo il fratello maggiore, ha avuto un linfoma. “Lo so, una follia, due linfomi scollegati tra loro, nella stessa famiglia” dice il più piccolo. Risponde alla fine del turno di notte nell’industria dove lavora come chimico. Per lui iniziò tutto con la febbricola tutte le sere, la tosse, il forte prurito alle gambe. “Pensavo fossero le pulci di mare”. Inizialmente i dottori la scambiano per una polmonite. Poi una tac con mezzo di contrasto rivela la verità. “In una settimana avevo perso 10 chili – racconta – Ero abbastanza grande per avere consapevolezza di quello che avevo. E’ difficile trovare la luce in fondo al tunnel. La chemio mi aveva tolto tutto: la ragazza, il calcio, gli amici. Decisi che non mi avrebbe tolto anche il sorriso. E con quello ho affrontato le cure. Seguendo il protocollo alla lettera, in 6 mesi sono guarito”.

Sergio Simone passa dal reparto prima di andare a discutere la tesi di laurea magistrale in Economia

Uno dei difensori centrali dei Toscanacci è Sergio Simone, 26 anni, di Pontedera, un anno in attesa di una diagnosi. “Avevo 16 anni, giravo gli ospedali, nessuno capiva perché mi salisse la febbre e mi si gonfiasse la spalla. Poi per fortuna sono arrivato al Santa Chiara, dove capirono che avevo una leucemia. Lì mi sono fermato per le cure. Sfortunatamente la maggior parte delle persone che ho incontrato in reparto non ce l’ha fatta. Per me è un motivo di responsabilità in più verso la vita” dice Sergio a ilfatto.it. Ha sviluppato una filosofia tutta sua, dopo il tumore. “Ciascuno vede il mondo dalla sua mappa concettuale, fatta anche di esperienze. Le mie, per la mia età, sono fuori dal comune e, una volta superate, per fortuna che ci sono state. Oggi per me non esistono più problemi, ma solo ‘cose da risolvere’”.

La vittoria lui la dedica ai dottori. “Credo che abbiano bisogno di rinfrescare gli aspetti positivi del lavoro che fanno. Per questo ogni volta che mi succede qualcosa di bello, come la laurea, vado in reparto a condividerla con loro”. Per i medici, sono ragazzi come Sergio a dare la forza. “È un lavoro meraviglioso e terribile, in cui noi medici siamo solo uno strumento – dice Coccoli, il medico – Quello che vogliamo far capire è che esiste una vita anche durante la malattia. Il nostro motto è: ‘L’importante non è aspettare che passi la tempesta ma imparare a ballare sotto la pioggia’. Proprio quello che ha fatto Noemi, una nostra paziente, quando letteralmente ballava con la chemio attaccata”. Noemi Colamartino, 18 anni, tifosa dei Toscanacci, è guarita da una leucemia linfoblastica acuta grazie alla chemioterapia. “Mi rifiutavo di farla, avevo 12 anni – dice – Allora mi dissero che sarei morta. Improvvisamente capii e accettai. Oggi sto bene. Un anno fa, c’è stata una bambina che rifiutava le cure. Dal reparto hanno chiamato me per convincerla. Ci sono riuscita”.

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