Dietro l’assenza di tutele per i lavoratori della gig economy come i rider c’è (anche) il Jobs Act. Perché, fino al 2015, le finte partite Iva avevano un appiglio legislativo a cui aggrapparsi per rivendicare di essere dipendenti a tutti gli effetti dell’azienda che li ingaggiava. A offrirlo era la riforma Fornero (legge 92/2012), che prevedeva una “presunzione di subordinazione” per i collaboratori a partita Iva con compensi inferiori a 18mila euro annui lordi dallo stesso committente, in presenza di alcune condizioni. “Ma il governo Renzi ha fatto tabula rasa, consentendo che chi sostanzialmente è un dipendente sia trattato come un autonomo“, spiega a ilfattoquotidiano.it Giorgio Airaudo, ex segretario della Fiom-Cgil ed ex deputato di Sel. “Abbiamo provato a rimediare prima con una proposta di legge ad hoc, poi con un emendamento al cosiddetto Jobs act degli autonomi. Ma ce l’hanno bocciato”.

La legge Fornero prevedeva che una partita Iva con un unico committente, per essere considerata “genuina”, dovesse guadagnare una somma “non inferiore a 1,25 volte il livello minimo imponibile ai fini del versamento dei contributi previdenziali alla gestione commercianti”, pari a 18.663 euro nell’anno di entrata in vigore della riforma. In caso di introiti inferiori, scattava la presunzione di subordinazione a patto che si realizzassero due condizioni in un ventaglio di tre: durata della collaborazione superiore a otto mesi, compenso pari a più dell’80% degli introiti annui percepiti dal lavoratore e presenza di una postazione di lavoro dedicata nella sede dell’impresa committente.

Spettava all’azienda, in caso di presenza di tutti questi presupposti, provare che il collaboratore era davvero un autonomo senza vincoli di dipendenza. Ora invece il lavoratore può solo fare causa e sperare. Il tribunale del Lavoro di Torino all’inizio di aprile ha respinto il ricorso di sei rider di Foodora che rivendicavano di essere nei fatti dei dipendenti. “I giudici avrebbero potuto esprimersi in modo innovativo, compensando il minor potere contrattuale dei lavoratori, invece si sono nascosti dietro le norme ignorando la realtà”, commenta Airaudo. “Ovvero che c’è un algoritmo che decide chi e quanto lavora, per cui è evidente che esistono un’etero-direzione e un rapporto di dipendenza.

Ma c’è un buco anche nella rappresentanza sindacale, ammette l’ex leader dei metalmeccanici della Cgil: “I confederali questi lavoratori non li “vedono”, non sono attrezzati per intercettarli e rispondere alle loro legittime richieste, a partire da quella che venga stipulato un contratto nazionale dei fattorini in bici. Per questo devono auto-organizzarsi, come a inizio Novecento, e quando scioperano pagano duramente. Penso ai rider “sloggati” dopo la protesta contro il cottimo“.