Renato Vallanzasca deve restare in carcere. È questa la decisione presa dal tribunale di Sorveglianza di Milano, che ha respinto le richieste di liberazione condizionale e di semilibertà presentate dalla difesa. Della stessa idea era il pg Antonio Lamanna, contrario alla scarcerazione perché, a suo parere, non c’è stato alcun “ravvedimento” nel boss della mala milanese.

Il difensore di Vallanzasca, l’avvocato Davide Steccanella, per supportare la sua richiesta aveva presentato una relazione del carcere di Bollate, dove il “Bel Renè” è attualmente detenuto. Secondo l’equipe di esperti dell’istituto penitenziario c’è stato negli ultimi anni un “cambiamento profondo, intellettuale ed emotivo” che pone le basi perché il soggetto “possa essere ammesso alla liberazione condizionale” e concludere la pena fuori dal carcere. Ma non solo. Questo “cambiamento”, dicono gli esperti, “non potrebbe progredire” continuando a stare in cella. Punto sottolineato anche da Steccanella: “Ci troviamo di fronte a un detenuto entrato in prigione appena dopo il compimento della maggiore età e che oggi uscirebbe da vecchio”.

In realtà Vallanzasca, oggi 67enne, aveva già ottenuto la semilibertà, ma nel 2014 gli fu revocata perché fu sorpreso da un vigilante dell’Esselunga di viale Umbria a Milano mentre tentava di rubare degli oggetti di poco valore, fra cui due paia di boxer. L’episodio gli è costato una condanna a 10 mesi per tentata rapina impropria e soprattutto il ritorno al regime carcerario. Poca cosa, in realtà, in confronto ai quattro ergastoli e ai 296 anni di carcere che il protagonista della mala milanese negli anni Settanta e Ottanta deve ancora scontare.

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