Una bomboletta spray al peperoncino, utilizzata per seminare il panico e poter rapinare indisturbati. Un metodo consolidato e usato più volte. Così hanno messo a segno i propri colpi i dieci ragazzi, giovanissimi, arrestati ieri dalla polizia di Torino con l’accusa di aver scatenato il terrore in piazza San Carlo il 3 giugno 2017, durante la proiezione su maxi schermo della finale di Champions League. Concerti, discoteche, negozi e centri commerciali: secondo gli inquirenti la gang ha compiuto rapine in tutta Italia e all’estero. Sempre con la stessa modalità. È successo più volte a Torino, in occasione del Kappa Futurfestival al Parco Dora e del concerto di Elisa e Ghali alle Officine grandi riparazioni. È successo nei negozi della catena Mediaworld di via Nizza e di corso Giulio Cesare, sempre a Torino (l’11 gennaio e il 18 gennaio). È successo il 17 febbraio in Olanda, al concerto del cantante Kendrik Lamar. Il 21 gennaio in un negozio a Modena. Due giorni dopo in un outlet del modenese. Sempre a gennaio 2018 in una discoteca di Verona. E poi in Francia, Germania e Belgio.

La banda di piazza San Carlo, tutti ragazzi tra 18 e 20 anni
La “banda di piazza San Carlo”, tutti ragazzi fra i 18 e i 20 anni, è stata individuata grazie ad alcune intercettazioni telefoniche e telematiche. “Bastardo, te li sei fatti”, si legge in una conversazione privata avvenuta su Instagram fra due membri della gang. “Mica cerco negli zaini”, risponde quello, mentre mostra al suo interlocutore le fotografie di tre catenine d’oro rubate durante la tragedia del 3 giugno scorso. Un bottino a cui il primo ribatte lamentandosi di essere riuscito solo a “prendere una felpa della Juve“. E poi ci sono le tracce delle sostanze – “capsaicina” e “diidrocapsaicina” – trovate dagli specialisti della polizia scientifica su un cappellino da baseball in piazza San Carlo, le testimonianze di chi quella notte fu colto da un improvviso bruciore agli occhi, l’indagine su un furto commesso a Torino in un negozio Mediaworld. Tutti tasselli di un enorme puzzle che hanno portato all’individuazione dei colpevoli.

Sfacciati e senza timore, i componenti della banda erano soliti pubblicare sui social le immagini della refurtiva dei loro colpi: orologi di lusso, gioielli, cellulari. Tutti ottenuti grazie all’effetto urticante dello spray al peperoncino. Come in una rapina dell’8 settembre 2017, quando tre di loro riuscirono a farsi dare un passaggio in auto da un uomo. Poi, raccontano gli inquirenti, con una scusa chiesero al conducente di fermarsi al cimitero monumentale e gli spruzzarono in faccia lo spray, rapinadogli una collanina e lo smartphone. Ma la sera del 3 giugno a Torino non si è trattato “solo” di una rapina: il caos esploso in piazza San Carlo per il timore di un attentato provocò millecinquecento feriti, uccise una donna e ne rese un’altra tetraplegica.

Per sei di loro è stata disposta la custodia cautelare in carcere, uno è stato messo agli arresti domiciliari, mentre due sono sottoposti all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e un decimo si trova in stato di fermo. Sohaib Bouimadaghen, detto ‘Budino‘, nato a Ciriè (Torino) e di cittadinanza italiana, è stato il primo a confessare. Soltanto poche settimane fa, il 2 aprile, parlando al telefono con un amico sembrava convinto a costituirsi volontariamente: “Sai il casino che è successo l’estate scorsa, quando c’era la Juve? Stavo per andare alla polizia e dire che ero stato io. Te lo giuro, mi sento una merda”. Ma la polizia è arrivata prima.

Per Procura disastro era comunque “evitabile”
Comunque per la Procura di Torino il disastro poteva essere evitato se gli “addetti alla sicurezza avessero approntato e messo a punto misure idonee a salvaguardare l’ordinato svolgimento della manifestazione e l’incolumità degli spettatori” come si legge nel decreto di fermo di Bouimadaghen. Da una parte ci sono i quattro giovani predatori armati di bomboletta, contro i quali si procederà per reati dolosi: la rapina e (per il momento nel caso di ‘Budino’) l’omicidio preterintenzionale e le lesioni come conseguenza di altro fatto. Dall’altra, però, ci sono le accuse a promotori e organizzatori della serata in piazza del 3 giugno, dalla sindaca Chiara Appendino al suo ex capo di gabinetto Paolo Giordana, dall’allora questore Angelo Sanna ai funzionari di Questura e Palazzo Civico: in tutto quindici destinatari di un avviso di chiusura indagini per disastro, lesioni e omicidio colposo. “La condotta delittuosa posta in essere dal Sohaib – si legge nel decreto – non avrebbe comportato l’esito infausto effettivamente determinatosi”. Il motivo? La folla, caduta in preda a quello che il consulente dei pm Fabio Sbattella ha definito “panico collettivo“, avrebbe potuto allontanarsi in poco tempo e con facilità” invece di trovare le vie di fuga sbarrate dalle transenne, o di ferirsi sui cocci di vetro. C’è anche la prova del nove: la banda ha colpito altre volte e non è mai successo niente di paragonabile. L’indagine comunque non si ferma. Dei dieci indagati (sette dei quali in carcere) solo quattro avrebbero agito in piazza San Carlo. Sohaib non è più il gradasso che l’anno scorso postava orgoglioso su Instagram le foto del bottino, ma il ragazzo che pochi giorni fa diceva agli amici, piangendo, che voleva costituirsi. Davanti ai pm, durante il primo interrogatorio, è apparso “dispiaciuto e molto spaventato”: le sue parole hanno aperto scenari nuovi, tanto che il verbale è stato secretato.