Se Donald Trump ordina ai suoi generali di prepararsi al ritiro, Vladimir Putin, Recep Tayyip Erdogan e Hassan Rohani si siedono attorno al tavolo per spartirsi il Paese in zone d’influenza. Ad Ankara, il vertice dei leader di Russia, Turchia e Iran si conclude con l’impegno ad “accelerare gli sforzi” per far tacere le armi e promuovere una soluzione politica al conflitto. Che per il terzetto significa trovare la quadra su come dividersi la Siria. Tre gli obiettivi: difendere “l’integrità territoriale” della Siria, garantire una “tregua duratura” e avviare la ricostruzione.

A scuotere i delicati equilibri tra gli attori di Astana potrebbe arrivare presto il ritiro dei soldati americani. Pur senza fissare una data, Trump appare ormai deciso a non prorogare la missione oltre la distruzione dell’Isis e si aspetterebbe che i Paesi arabi della regione – Ryad in testa – si assumano l’onere di gestire le aree stabilizzate, inviando se necessario i loro soldati. “La missione militare per sradicare l’Isis in Siria sta arrivando a una rapida fine, con l’Isis quasi completamente distrutta”, assicura la Casa Bianca, sottolineando che gli Stati Uniti e i loro partner “restano impegnati a eliminare la piccola presenza dell’Isis in Siria che le nostre forze non hanno già eliminato”. Un ritiro su cui il leader iraniano Rohani resta però scettico: “Gli americani cambiano idea ogni giorno e non sono affidabili. Vogliono soldi dai governi arabi nella regione per restare”.

Al centro della dichiarazione di Ankara c’è il contrasto a ogni “agenda separatista che mini la sovranità e integrità territoriale della Siria e la sicurezza nazionale dei Paesi vicini”. Parole per legittimare l’offensiva di Erdogan contro l’enclave curda di Afrin, benedetta da Putin. Ma su questo sono emersi i primi contrasti. Secondo la tv di Stato iraniana, Rohani ha sollecitato il ritiro delle truppe turche, proponendo di affidare la zona al controllo dell’esercito di Bashar al Assad. Ankara vuole invece proseguire l’offensiva contro i curdi verso Tal Rifat e poi Manbij – dove le truppe Usa continuano comunque a consolidare le proprie postazioni – mollando in cambio la presa su Idlib. A Putin tocca l’onere della mediazione.

Oltre alla difesa delle sue basi strategiche affacciate sul Mediterraneo, Mosca punta intanto a investire nella ricostruzione del Paese, martoriato da oltre 7 anni di guerra. Anche per questo, il terzetto ha sollecitato la comunità internazionale a “rafforzare l’assistenza alla Siria inviando ulteriori aiuti umanitari, facilitando l’attività di sminamento, ristrutturando le infrastrutture di base, preservando l’eredità storica”. Un progetto a lungo termine di cui Israele si dice “molto preoccupato” perché “aggira l’Occidente”.

Ora le intese di Ankara sono attese a una nuova verifica sul terreno, a partire dalla cooperazione umanitaria turco-russa con la creazione di ospedali da campo per curare i feriti in fuga dalla Ghouta orientale. A metà maggio ci saranno nuovi colloqui ad Astana. E per il prossimo summit, i tre leader si sono già dati appuntamento a Teheran.