Secondo Seneca la fortuna non esiste. Esiste invece il momento in cui il talento incontra l’occasione. Giacomo Leopardi, nei suoi “Pensieri”, scrive “prendete una persona di vero valore e una di valore falso in qualsiasi ambito e vedrete che la seconda è sempre più fortunata della prima”. Di citazioni apparentemente contrastanti sul ruolo e il peso della fortuna nella nostra vita si potrebbero riempire pagine intere. Quasi sempre però si esamina la questione partendo dalla propria esperienza personale ed elevandola a sistema generale. Primo sbaglio in un campo di riflessione minato da tanti possibili errori concettuali e dove basta poco scivolare nell’ovvio. Tre studiosi dell’università di Catania (i fisici Alessandro Pluchino e Andrea Rapisarda e l’economista Alessio Emanuele Biondo) hanno però provato ad ancorare la valutazione che la sorte gioca nel successo professionale a dati statistici, sviluppando un modello matematico (Talent vs Luck) che simula il percorso di carriera nell’arco di 40 anni per un gruppo di persone influenzate, nel bene o nel male, dalla dea bendata. Nel talento vengono ricompresi i valori che riguardano la distribuzione di intelligenza, capacità e determinazione. I soggetti vengono poi “colpiti” da eventi favorevoli o negativi in modo casuale.

I risultati evidenziano come il ruolo della fortuna sia largamente sottovalutato e forniscono diversi spunti di riflessione, specie se calati nella cultura della società contemporanea in cui vige quella che i tre studiosi definiscono una “meritocrazia naive”. Ossia l’idea che successo professionale ed economico siano quasi sempre un riconoscimento per chi “vale” di più e si impegna di più rendendo culturalmente più accettabili le diseguaglianze, profonde e in crescita, presenti nelle nostre società. In Italia dove sono fin troppo noti il potere delle parentele e delle “spintarelle” siamo forse vaccinati da questa parziale illusione. I risultati dello studio potrebbero sembrare la scoperta dell’acqua calda, ma sarebbe un errore, perché il modello trascende le caratteristiche dei singoli paesi e il cortocircuito logico che mette in evidenza è diverso: si tratta dell’abitudine di valutare il talento di una persona dai risultati che ha ottenuto, dimenticando che questi incorporano già il ruolo della fortuna.

“Una certa quantità di talento è necessaria per avere successo nella vita”, si legge nello studio, “ma quasi mai i soggetti più dotati sono quelle che raggiungono il maggior grado di successo venendo regolarmente sopravanzati da persone con talento mediocre ma sensibilmente più fortunate”. Il punto chiave è che i mediocri sono molto più numerosi dei talentuosi e quindi l’effetto benefico del caso si spalma su una platea di potenziali beneficiari della buona sorte molto più ampia, accrescendo le probabilità che uno di loro ottenga successi importanti. Non bisogna però travisare il senso di questa condizione. “Attenzione”, spiegano i tre studiosi, “il messaggio che emerge non è che il talento e l’impegno professionale non contino e non vadano coltivati. Anzi, si dovrebbe fare tutto il possibile per scoprire e sviluppare i propri punti di forza. Il talento è infatti una condizione spesso necessaria per ottenere affermazioni professionali ma purtroppo raramente è sufficiente”. Sia Seneca che Leopardi avevano insomma una parte di ragione.

Il modello in sostanza fornisce un sostegno a numerosi studi effettuati in precedenza. Soprattutto nei paesi anglosassoni le indagini sull’argomento infatti abbondano: si scopre ad esempio che individui che hanno un nome semplice da pronunciare vengono in media giudicati meglio o che il suono del cognome e il mese di nascita influenzano la probabilità di ricoprire incarichi di alto livello. O ancora che avere cognomi che iniziano con le prime lettere dell’alfabeto aumentano le possibilità di successo delle pubblicazioni scientifiche di un autore. Le premesse da cui muove il modello di simulazione sono relativamente semplici. La distribuzione tra la popolazione di capacità, intelligenza e talento segue una curva a campana (gaussiana), ossia ci sono poche persone molto dotate o molto poco dotate e una larga maggioranza di individui che presentano capacità nella media. Al contrario la curva della ricchezza ha una forma diversa: tanti poveri e pochissimi ricchi.

E’ chiaro che qualcosa interviene a distorcere quello che, a livello aggregato, dovrebbe produrre risultati differenti. Chiamiamola fortuna, in un significato esteso che comprende fattori come la famiglia o il paese in cui si nasce e di conseguenza un avanzamento o un arretramento del “punto di partenza” e la possibilità di accedere a sistemi educativi di buon livello oltre che ad una pregiata rete relazionale. Basti pensare, per avere un’idea ci quanto la geografia influenzi i nostri destini, come a rigor di numeri sia molto meglio nascere poveri in un paese ricco che ricchi in un paese povero. L’economista Dani Rodrick calcola ad esempio che pur tenendo conto delle differenze nel potere d’acquisto il povero medio di un paese ricco guadagna tre volte di più del ricco di un paese povero oltre ad avere accesso a servizi come sanità e sistema educativo di miglior livello.

Sbagli concettuali sono alla base anche degli errori nelle strategie messe in atto per cercare di favorire nuove successi disponendo di risorse limitate. La ricerca scientifica ne è un esempio. Anche in questo caso si sottovaluta il peso del caso che è alla base di innumerevoli grandi scoperte, dalla penicillina alla radioattività o al grafene, per citare solo alcune delle più note. Una simulazione contenuta nello studio mostra come puntare unicamente su chi ha già alle spalle importanti scoperte è il peggio che si possa fare in termini di resa futura. I riscontri migliori si hanno viceversa distribuendo lo stesso ammontare di risorse a tutti. Si raggiungono buone rese anche assegnando cifre più consistenti ma in modo casuale. Puntare tutto su pochi cavalli considerati, a torto, vincenti è la scelta più deludente in termini di risultati finali.