Appena ha saputo della notizia, Ire ha chiamato subito sua mamma. Al telefono hanno urlato, per la gioia, e poi la donna dall’altra parte della cornetta, distante 5mila km, le ha promesso che avrebbe organizzato una festa. Hanno festeggiato tutti, in Nigeria. Il 9 marzo scorso, l’Oba di Benin city, re sacerdote dello stato di Edo, ha dato una speranza alle migliaia e migliaia di giovani vittime di uno dei più sporchi traffici del nostro tempo, la tratta delle prostitute nigeriane. Con un editto, Ewuare II ha liberato queste donne dal giuramento del rito juju, la maledizione frutto di un ricatto religioso che permetteva ai trafficanti di avere in mano il destino delle schiave sessuali che abitano le strade d’Italia e d’Europa. Una svolta epocale, ignorata da un Occidente che fatica a comprendere l’importanza di quella che ritiene una strampalata credenza pagana.

Eppure, alla faccia dei nostri impegni e proclami, se la condizione delle donne che arrivano nel nostro Paese migliorerà, dipende da un evento che esce dalla nostra logica. Per celebrarlo e per tentare di spiegarcelo, le ospiti nigeriane dell’associazione Villa Amantea hanno organizzato un pranzo sabato 24 marzo alla Casa delle donne di Milano. Un’occasione di festa, ovviamente, ma anche un momento per cercare di farci comprendere il valore di quello che è successo in Nigeria poco più di due settimane fa. E le conseguenze che ha anche per l’Italia: “Dopo questa notizia, tutte le donne nigeriane sanno che qui non c’è lavoro e che si finisce a lavorare per strada. Io credo che nessuna voglia più partire”, spiega Peculiar al fattoquotidiano.it.

E’ in Italia da meno di due anni, Peculiar, e ha un bimbo di appena di due mesi che piange e reclama il latte mentre lei ci racconta della maledizione: “Lo juju è magia nera. Non lo puoi vedere con gli occhi ma senti la paura di morire”, racconta. Questa è la potente arma dei trafficanti, più subdola e spaventosa della pura violenza. Quando le ragazze, circuite dalle promesse di ricchezza e successo, accettano di partire, vengono condotte da sacerdoti corrotti e giurano di fronte a loro di restituire i soldi a chi le porterà in Europa. Poi la maledizione: “Se tu ne parli con qualcuno, muori subito”, ci spiega Ire. E dopo di te, pazzia e morte incomberà anche sui tuoi familiari se non ripagherai il debito.

Eccolo il rito infame che permette alla mafia della tratta di guadagnare centinaia di milioni di euro ogni anno. Ed ecco perché quello che ha fatto l’Oba Ewuare II è così importante: il capo religioso, già ambasciatore anche in Italia, ha revocato la validità dello juju. Anzi, l’ha di fatto ribaltata, lanciando una maledizione contro coloro che continueranno a praticare la magia nera per favorire il traffico di esseri umani. “Con lo juju, la donna non poteva denunciare i suoi aguzzini perché aveva paura di morire. Ora sono i trafficanti ad avere paura della morte e se usano la violenza, la donna può chiamare la polizia”, spiega Peculiar. “L’Oba ha liberato tutte noi, per questo siamo felici”, dice senza sorridere, ma cercando con gli occhi di capire se chi ascolta ha compreso.
Lei non è una vittima della tratta, ma la festa è di tutta la Nigeria. Mentre Abi, la mediatrice culturale di Villa Amantea, serve il riso tipico nigeriano con le verdure, Peculiar cerca di raccontarlo anche agli ospiti del pranzo: “Sono qui per aiutare le donne del mio Paese, per aiutare la mia Nigeria”, mormora timida al microfono.

Lei si è salvata, ma molte sue amiche le hanno raccontato che sono state costretto a fare lo juju. A pranzo ci sono anche i ragazzi, sono voluti venire per “fare festa dopo quello che è successo”. “Ora a chi fa le maledizioni toccherà la stessa sorte di chi le subiva”, ci spiegano, chi in italiano, chi inglese. Sconfessando l’uso criminale del juju, l’oba ha liberato da questa odiata pratica tutti i suoi fedeli. Il video del suo editto è schizzato da un telefonino all’altro delle ragazze e dei ragazzi nigeriani in tutta Europa. Si scambiavano tra di loro la prova della propria liberazione.

Anche Ire aveva già visto il video quando Federica, operatrice di Villa Amantea, aveva aspettato che tornasse da scuola nella casa di Trezzano sul Naviglio per spiegarle quello che era successo. “Ha iniziato a sgranare gli occhi – racconta l’operatrice – non per il video di cui già sapeva, ma perché non credeva che noi potessimo capire l’importanza che questo atto ha per loro. Finora non ne parlavano, per non sentirsi giudicate”. Con la revoca dello juju se ne va anche un potente ostacolo ai percorsi di accoglienza e di autonomia lavorativa. Le ragazze nigeriane ora festeggiano nella Casa delle donne, diventata un loro punto di riferimento, visto che tra le tante attività “abbiamo anche una scuola d’italiano ‘Francesca Amoni’ proprio per le donne migranti”, spiega Livia Sismondi, consigliera del direttivo.

Ma non si sa quali reali conseguenze avrà il gesto dell’Oba. Ormai la mafia della prostituzione e dell’accattonaggio ha uno schema solido, come dimostrano i recenti arresti a Trento di due trafficanti: un uomo e una donna, la temuta ‘madame’. Le indagini della Dda di Catania hanno evidenziato come fosse lei a reclutare le giovani tramite lo juju, effettuato più volte anche dopo l’arrivo in Italia, e poi ad avviarla alla prostituzione su strada. Sono proprio le madame a fare ancora paura e non si sa quante donne accoglieranno l’invito dell’Oba a denunciare i loro trafficanti. Ire ha confessato alla sua operatrice Federica che già gira voce del rifiuto di rispettare il nuovo editto di alcune madame. “Queste donne usavano la religione come arma di ricatto. Ora dicono alle loro vittime: ‘Non è l’Oba che ti ha portato in Italia, sono stata io’”, racconta Federica. Il timore è che lo juju venga sostituito con ancor più violenza e crudeltà. Ma il messaggio potente della fine della maledizione non potrà più essere cancellato dalla testa delle vittime della tratta. Non c’è più nulla a giustificare le atrocità dei trafficanti. C’è più speranza in Nigeria, per questo vogliono far festa.