Mentre come cronista racconto di studenti che aggrediscono i professori e di genitori che malmenano presidi, vicepresidi e insegnanti solo perché chi siede in cattedra si è permesso di riprendere giovani inesperti e ancora di là dal formarsi, mi vengono in mente le centinaia di ragazzi che sto incontrando nelle varie parti d’Italia.

I loro sguardi attenti, le loro domande curiose, i loro occhi che spaziano da me ai docenti che li hanno condotti ora nell’aula magna, ora nell’auditorium. Osservo il loro modo di porsi, di fronte a un’opportunità – così è stata loro presentato l’incontro con l’autore – e mi immedesimo nei professori che a questo tempo condiviso li hanno preparati e, prima ancora, si sono preparati.

Il Rischio mi sta portando in giro per l’Italia, in scuole difficili, di frontiera, in scuole pericolose e in scuole ricche. Vado volentieri ovunque, se posso, perché i ragazzi sono ragazzi a qualsiasi latitudine e perché se anche un solo incontro con l’autore può aiutare ad avvicinare un ragazzo alla lettura, allora ben venga.

Il rischio

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Il Rischio è un piccolo sasso gettato nello stagno di mondi da conoscere e da esplorare. Per me è stato un dono la reazione con la quale è stato accolto.

Mentre mi preparo per incontrare i ragazzi di Pordenone, ripenso alle professoresse di una delle periferie romane più difficili: i loro ragazzi erano svegli, attenti curiosi. Le loro domande pertinenti e inesauribili. Mi chiedo come saranno i giovani friulani, li immagino, fantastico su di loro.

Si potrebbe scrivere un altro romanzo ancora sulle differenze di approccio tra le diverse regioni d’Italia rispetto alle tematiche che Il rischio pone davanti ai loro occhi ora assonnati, ora divertiti, spesso frenetici. Di i ragazzi che sto vedendo sfilarmi davanti sono curiosi, loro più degli adulti, di sapere di mondi difficili lontani dal loro.

Alla fine ho capito che Il rischio fa luce su questo: su un mondo sconosciuto. Che impaurisce e affascina, ma che esiste.

Però Il rischio è soprattutto un romanzo di ragazzi, che parla di giovani ai giovani. Che non cerca mezzi termini e non ricorre a sotterfugi, che la legalità la affronta e che – nelle sue forme più false e patinate – la deride anche.

Oggi posso dire che i ragazzi questa sincerità la sentono. Ma ancora di più posso dire che i veri protagonisti di questa scommessa letteraria che per me è già vinta sono i loro insegnanti, quelli che decidono di caricarsi di un lavoro in più, di un pomeriggio di lettura extra, di una lezione ulteriore di narrativa e attualità.

Penso a loro, che ogni giorno salgono su una cattedra con fatica e mi convinco che per un ragazzo in più che legge un romanzo oggi, conteremo, domani, un genitore in meno capace – senza rispetto e senza vergogna – di aggredire un insegnante.

E mi domando se non è questo quel che ha diritto di chiamarsi buona scuola.