La mobilità straordinaria dei docenti è diventata la normalità: anche quest’anno si attendono almeno 50mila trasferimenti nella scuola, forse anche di più perché rispetto al 2017 i posti disponibili dovrebbero essere leggermente superiori. Si tratta di uno dei tanti capisaldi della riforma Renzi-Giannini che è stato rinnegato: l’obbligo per gli insegnanti di rimanere tre anni sulla propria sede di lavoro è superato dalla seconda deroga consecutiva ottenuta dai sindacati, e salterà definitivamente una volta che entrerà in vigore il nuovo contratto nazionale. Così nei prossimi mesi ci sarà la solita girandola di docenti: domande dal 3 al 26 aprile, risultati entro il 10 luglio, con il rischio però che il cambio della guardia al Ministero con la nascita del nuovo esecutivo condizioni la partenza dell’anno scolastico.

Addio chiamata diretta – Intanto il Miur ha pubblicato l’ordinanza sulla mobilità 2018/2019, attesa da centinaia di migliaia di professori e maestri che sperano di riavvicinarsi a casa. I contenuti sono praticamente gli stessi del 2017: per i trasferimenti fuori dalla propria provincia (i più ambiti, e anche i più difficili) sarà disponibile il 40% dei posti liberi, con il restante 60% ai neoassunti del concorso; chi invece si sposta all’interno della propria provincia avrà a disposizione il 100% delle cattedre. Confermata anche la possibilità di chiedere il trasferimento sulla singola scuola, come accadeva prima della riforma, e non più solo sui distretti territoriali, in modo da sfuggire alla scelta dei presidi: nella domanda i docenti potranno indicare fino a un massimo di 5 scuole, e poi anche 10 ambiti nel caso la prima opzione non vada a buon fine. In questa maniera i sindacati sono riusciti a smontare la contestatissima “chiamata diretta”, che ormai di fatto vale solo per i neoassunti (che però dopo un anno di prova possono chiedere il trasferimento): come rilevato da uno studio della Cisl Scuola, l’anno scorso il 90% dei trasferimenti provinciali (e l’80% di quelli totali) sono avvenuti su scuola; 43mila professori sono usciti dal meccanismo della selezione da parte dei dirigenti per curriculum e colloqui.

Trasferimenti in aumento – L’anno scorso le domande totali furono 141mila, di cui il 43% soddisfatto, ma la percentuale scende sotto il 10% per quelli che hanno potuto cambiare Regione (l’esigenza maggiore è quella di spostarsi dal Nord al Sud, ma i posti sono quasi tutti al Settentrione). È ancora presto per dire come andranno le cose nel 2018: impossibile fare calcoli precisi senza avere gli organici completi del 2018/2019 e poi molto dipende da come si incrociano domanda e offerta, non solo geograficamente ma anche sulle singole materie. “In generale ci aspettiamo un dato in linea con lo scorso anno. Anche perché le condizioni attuali sono favorevoli e i docenti ormai vivono di paura, potrebbero sfruttare intensamente questa finestra che sarà l’ultima prima del nuovo contratto”, spiega Maddalena Gissi della Cisl scuola. Di sicuro ci saranno tante domande, insomma. E in teoria il numero di quelle accolte potrebbe anche crescere, visto che le cattedre libere dovrebbero essere di più: nel 2018 infatti ci saranno 25mila pensionamenti (a fronte dei 20mila passati), e l’ultima manovra ha approvato la trasformazione di altre 18mila cattedre dell’organico di fatto in posti a tempo indeterminato (come già successo nel 2017). L’anno scorso i trasferimenti alla fine furono 61.542, è lecito aspettarsene almeno altrettanti.

Domande ad aprile, risultati entro il  10 luglio (governo permettendo) –  Dal 3 al 26 aprile gli insegnanti dovranno compilare le domande sul portale “Istanze Online” del sito del Miur (dal 23 aprile al 14 maggio, invece, i collaboratori e il personale Ata). I risultati saranno pubblicati con date diverse a seconda degli ordini di scuola: 30 maggio primaria, 8 giugno infanzia, 25 giugno medie, 10 luglio superiori. È la stessa tempistica serrata che nel 2017 ha permesso di chiudere la mobilità a metà luglio, così da dedicare l’estate alle immissioni in ruolo dei neoassunti, fondamentale per avere tutti i docenti in cattedra a settembre. Quest’anno, però, c’è una differenza: la formazione del nuovo governo (su cui al momento non ci sono previsioni certe) potrebbe comportare un cambio della guardia al Miur nel pieno delle operazioni. È vero che gli impegni di spesa sono stati già presi e si tratta solo di procedure burocratiche, ma il rischio di un rallentamento è dietro l’angolo. E l’inizio del nuovo anno scolastico pure: basta un piccolo ritardo per far slittare a catena tutte le assunzioni e ritrovarsi nel caos al suono della prima campanella.

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