“Guai a chi molla” ha scritto su Twitter l’eurodeputato del Pd Damiano Zoffoli, da Cesenatico. La virtù della rete è che non nasconde niente e Zoffoli, forse suo malgrado, si è geolocalizzato: l’altro ieri, mentre incitava alla resistenza, twittava da Laterina, il paese di Maria Elena Boschi. I due sono della stessa corrente e presumibilmente sognano la stessa cosa: non mollare mai. Un signore, Claudio Corbella, di passaggio su Twitter, ha domandato a Zoffoli: “Molla cosa?”. Claudio, che nel suo status si dice “riflessivo” perciò si chiede: cosa mai non si dovrebbe mollare?

Guai a chi molla. I missini di ieri dicevano Boia chi molla, i fascisti di sempre forse ancora lo ripetono. Più del (cattivo) refrain a noi piace la domanda del signor Corbella: cosa il Pd non deve mollare? La poltrona? Sembra improbabile. Non deve mollare il principio che bisogna assolutamente andare all’opposizione? Sembra possibile. Ciò che non dice Zoffoli e che però chiede Corbella, è forse altro ancora: basta dire no? Basta non mollare? O è il tempo di riflettere e di pensare?

Il pensiero, si sa, ha gambe pesanti e passo lento. È più faticoso dell’azione ed è anche meno visibile. Pensando, riflettendo su ciò che è giusto e ciò che non lo è più, su cosa per esempio, è divenuto il Partito democratico e cosa sarebbe potuto essere, su chi ha il merito della disfatta e chi è invece innocente si potrebbe giungere – pari pari – al desiderio opposto di Zoffoli: mollare alcuni atteggiamenti, alcuni capricci, alcune cravatte, alcune compagnie, alcune idee strambe. Mollare alcuni candidati, alcuni modi di essere, alcune cattive pratiche, alcune postazioni strategiche. Mollarle significa sottrarle al palmo della mano che le esibisce e verificare che – stretta la mano in un pugno – restino solo le idee e non le mosche cocchiere.