Caro Paolo Gentiloni,

ho letto e apprezzato la cortesia usata e lo stile della lettera che mi ha inviato per illustrare la sua candidatura nel collegio uninominale di cui sono elettore.

Se è vero, come lei dice anche oggi in un’intervista al Corriere, che questo è un voto decisivo, mi spiega però perché ha proposto e fatto votare, con ben otto fiducie e contro l’impegno che aveva preso di lasciar fuori la questione dal programma di governo, una legge elettorale che invece è congegnata per non decidere, per restituire al Paese un carnevale di quasi vinti?

Persino Denis Verdini, uno che ha molti più peli sullo stomaco della criniera di un leone della savana, aveva proposto un sistema più potabile (metà dei seggi attribuiti col proporzionale, metà col maggioritario e sbarramento all’1 per cento per consentire il diritto di tribuna alle minoranze) e più concludente.

Lo so, in tanti hanno fatto pressioni su di lei, e so anche che questo sistema è stato fortissimamente voluto e concordato con Renzi, Berlusconi e Salvini, quest’ultimo bravissimo a lanciare il sasso e nascondere la mano.

Ma aveva il dovere di fermarli, di spiegar loro che l’ingovernabilità è il male assoluto. Oppure – nel caso di diverso avviso – di spiegare a noi oggi che è molto meglio l’ingovernabilità che affidare il Paese a persone che ritiene dilettanti allo sbaraglio.

Nell’uno e nell’altro caso Lei però non può invitare a evitare il caos, che è purtroppo frutto dell’inchiostro della sua penna, dell’intelligenza dei quasi vinti, della resistenza di chi non vuol mai perdere.

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