“Ora dico una cosa che non si sente dire spesso: l’accoglienza la pagano solo gli italiani poveri. Quelli che aspettano una casa popolare e non l’avranno perché il numero di alloggi disponibili, già insufficiente, ora ora va diviso tra italiani e stranieri. È così che si sviluppa l’intolleranza. Ma la responsabilità è della politica, che denuncia la mancanza di abitazioni ma non adotta le misure necessarie per risolverla”. Franca Caffa parla dalla sede del Comitato inquilini Molise-Calvairate-Ponti, di cui è presidente e animatrice dal 1980. Siamo nella periferia sud-est di Milano, nel quartiere popolare costruito all’inizio degli anni ’30 per la classe operaia. Nell’altra stanza ci sono i bambini – quasi tutti stranieri – del doposcuola, uno dei servizi offerti dal Comitato ai residenti. Parole astratte come integrazione e accoglienza, qui, si toccano con mano.

“Penso che spesso chi dall’alto parla di integrazione non sappia cosa intende. Noi del Comitato siamo al lavoro quotidianamente da trent’anni e ci rendiamo conto che stiamo muovendo i primi passi in una situazione molto complessa”, spiega Caffa, 88 anni (“quest’anno sono 89”), una delle prime a sollevare “dal basso” il tema delle periferie e a battere i pugni sul tavolo con le istituzioni. Sono passati parecchi anni da quando il suo impegno è cominciato e, da allora, gli abitanti del quartiere sono cambiati molto. Caffa non nasconde che il tema dell’immigrazione agiti anche le “sue” zone. “La politica non affronta le responsabilità che ha nel gestire la questione – argomenta – Dicono che mancano case popolari per tutti, ma quante sono le case di edilizia privata costruite per pura speculazione e rimaste vuote? Così si sviluppa l’idea che lo straniero appena arrivato ti porta via la casa e il lavoro”.

L’integrazione è un tema cruciale non solo se applicato alle persone, ma anche alle diverse facce di una stessa città. Milano sembra muoversi sempre di più su due binari diversi: da un lato c’è la città globale, da Expo in poi tutta proiettata verso scenari internazionali, mentre dall’altro c’è quella che Caffa chiama “l’altra Milano”. “Finché non verranno elaborate proposte per queste aree, la crescita del centro non potrà fare da traino per le periferie – continua l’attivista milanese – I ricchi diventeranno sempre più ricchi e i poveri più poveri. Sulle periferie manca una conoscenza seria, i politici non sanno come si vive qui. Solo in campagna elettorale li vedi comparire al mercato del mercoledì”.

Anche nella Milano “capitale morale d’Italia”, spiega Caffa, le periferie sono sinonimi di degrado edilizio, esclusione, violenza e prepotenza. E anche di mancata sicurezza, il tema su cui il sindaco Giuseppe Sala aveva invocato l’esercito. “Qui facciamo i conti quotidianamente con micro e macro criminalità, con case popolari adibite allo spaccio. Ci sono casi di violazione sistematica delle regole, la filosofia del ‘faccio quel cazzo che voglio io’” – racconta senza mezzi termini – La soluzione? Non credo siano i militari. Penso piuttosto che la popolazione debba essere incoraggiata a rispettare le regole e a isolare le situazioni di illegalità. Gli abitanti devono tornare a vivere la città, a esserne padroni. È necessario che cambi la relazione fra chi è in alto e chi è in basso e fra gli abitanti delle case popolari e gli altri abitanti della città”.

Coinvolgere, appunto, creare dei percorsi partecipati. Non calare dall’alto interventi decisi altrove. Tre anni fa al Giambellino, storica realtà popolare di Milano, è partito il progetto G124, firmato dall’architetto Renzo Piano. Insieme a quattro giovani colleghi (retribuiti con il suo stipendio da senatore a vita) Piano ha avviato un percorso che ha chiamato “di rammendo” del quartiere. “Cosa ne penso? – prosegue Caffa – Io sono genovese e per Piano (genovese anche lui, ndr) provo ammirazione e gratitudine. Però penso che sul tema delle periferie non sia stato e non sia all’altezza del compito. È una questione di politiche generali, non di intervento in un solo quartiere. Non penso che consideri in misura adeguata l’ascolto e la partecipazione degli abitanti”. E, sempre in tema di “archistar”, si toglie un sassolino dalla scarpa: “Una volta ho sentito Massimiliano Fuksas (l’architetto che, tra le altre cose, ha progettato la fiera di Rho-Pero, ndr) dire che le periferie milanesi andavano demolite per farne boulevard e giardini – racconta Caffa – Io penso che su questi quartieri serva una grande visione generale e una conoscenza delle esperienze negative del passato, per comprendere che cosa potrebbe aiutare a rinnovare il rapporto tra i quartieri centrali e ‘l’altra Milano’. Credo che nella cittadinanza ci sia già una potenzialità senza limiti per un’assunzione di responsabilità, per trovare la via d’uscita ai problemi”. Basta solo interpellarla, insomma, e ascoltare.