Quando professionalità e percorsi di vita diversi si sposano è più facile che un’idea veda la luce. È stato così anche per HoMoLoG, vincitore qualche mese fa della Start Cup Lazio, competizione che incorona i migliori progetti d’impresa ad alto contenuto tecnologico. A ricevere il premio sono stati Silvia Di Angelantonio, biofisica, Alessandro Rosa e Valeria De Turris, biologi molecolari, Maria Rosito, biologa cellulare, Cristina Colosi, ingegnere biomedico, e Francesca Pagani, neurobiologa. Un team quasi tutto al femminile.

Ognuno ha alle spalle una strada diversa, sempre a stretto contatto con la condizione di precarietà che purtroppo riguarda gran parte dei ricercatori italiani. E hanno vissuto per periodi più o meno lungo all’estero, cercando di trarre il meglio da quell’esperienza. A un certo punto del loro percorso, però, hanno deciso di lavorare fianco a fianco per raggiungere un obiettivo ben preciso: trovare un modo migliore per studiare patologie, testare farmaci e produrre organi per i trapianti.

“Il nostro progetto nasce da una convergenza tra La Sapienza, la Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia e il Center for Life Nano Science – racconta Silvia Di Angelantonio -. L’obiettivo è stato fin da subito quello di fondere le nostre competenze per fare la differenza sul mercato”. La svolta è arrivata grazie all’utilizzo della stampa 3d, che permette di riprodurre delle cellule che si avvicinano sempre di più a quelle umane. In questo modo si riduce drasticamente l’utilizzo di embrioni e di animali da laboratorio e, al tempo stesso, si riescono a ottenere dei risultati più attendibili. Grazie al bioprinting il team è riuscito a creare dei mini-organi: “Questo renderà più facile studiare da vicino alcune malattie umane, tra cui i tumori, e di testare nuovi composti farmaceutici”, sottolinea Silvia.

“L’intuizione migliore è stata quella di indirizzarci verso una medicina personalizzata – aggiunge la collega Valeria De Turris -, stampare questi mini organi ci permette potenzialmente di vedere come può rispondere ogni singola persona”.“Molti farmaci spesso falliscono nel loro intento e creano effetti collaterali, soprattutto nelle donne, anche quando sugli animali avevano dato buoni risultati – aggiunge Silvia -, e questo avviene soprattutto perché durante i test vengono utilizzati solo esemplari maschi”. Ora che la tecnologia è stata messa a punto “dobbiamo spingere sull’aspetto del business. Purtroppo non è semplice trovare dei finanziamenti per progetti così ambiziosi”.

Ma loro non demordono. Sanno quanto è stata lunga la strada che li ha portati fin qua: “Tutti noi abbiamo trascorso dei periodi di studio all’estero, chi in Europa, chi negli Stati Uniti – ricordano -, e questo ci ha permesso di ritornare in Italia con più competenze, anche da un punto di vista imprenditoriale”. In questi anni, poi, hanno imparato a cavalcare le difficoltà: “Tutti noi abbiamo fatto i figli da precari e ogni giorno ci dividiamo tra loro e un lavoro che spesso ci impegna anche nei weekend“, racconta Silvia. Valeria, che con il marito Alessandro Rosa condivide questo progetto, conferma: “Siamo bravi a dividerci i compiti, d’altronde capita spesso di finire una presentazione dopo aver messo i bambini a letto”.

Diventare madri le ha rese più felici e anche più consapevoli: “Siamo diventate bravissime nell’affrontare problemi ed emergenze – ammettono – e questo ci sta tornando utile anche nella ricerca”. Ma in questo successo ha giocato un ruolo chiave anche un altro aspetto: “Senza il lavoro di squadra non avremmo raggiunto questo risultato – concludono – portare competenze e visioni diverse è uno stimolo continuo, che ti spinge a fare sempre meglio”.

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