“Mai vista tanta incompetenza”. “Un bluff pre-elettorale, presi in giro noi e tutti i romani”. Carlo Calenda porta via il pallone: il cosiddetto “tavolo per Roma” è chiuso, forse definitivamente. Con il conseguente codazzo di reciproci attacchi fra il ministro uscente allo Sviluppo Economico e la sindaca di Roma, Virginia Raggi. Il tavolo era stato lanciato nell’autunno scorso proprio dal numero uno del Mise, che aveva messo a disposizione della Capitale d’Italia ben 3 miliardi di euro – divenuti 2 nel corso delle settimane – con la dichiarata intenzione di rilanciare impresa e lavoro nella Capitale, messa in ginocchio dalla fuga degli imprenditori. Ma di questi soldi, Roma non ne vedrà nemmeno un centesimo. Almeno per il momento, in attesa di capire l’esito delle prossime elezioni politiche (e regionali).

LA ROTTURA DEFINITIVA? – Dopo mesi di incomprensioni e stilettate reciproche, la situazione è precipitata nelle ultime ore. Questa mattina la prima cittadina – a suo dire – si è ritrovata a leggere su Il Messaggero una lettera a lei indirizzata dove Calenda parlava del rischio di ridurre ulteriormente i fondi a disposizione a 1 miliardo di euro. Uno “sgarbo istituzionale” che non ha apprezzato, ribattuto in mattinata a margine di una conferenza stampa in Campidoglio, dove la sindaca ha provocatoriamente affermato che “se questo miliardo fosse vero lo avremmo inserito in bilancio, dove non posso inserire né parole, né promesse”. Apriti cielo. Passano poche ore e il ministro decide di prendere la decisione più drastica. “La risposta della sindaca – scrive in una nota – conferma che l’unica strada per evitare di continuare a sprecare tempo e risorse è quella di chiudere il tavolo”. E ancora: “Non posso che rilevare – prosegue – che siamo di fronte a un combinato disposto di incompetenza e arroganza che non avevo mai sperimentato. Andremo avanti con la Regione con i progetti che non dipendono da questa amministrazione”. Per poi chiudere: “Evidentemente la sindaca ritiene di non aver bisogno di aiuto. Speriamo per la città che sia così”. Dopo pochi minuti la replica dal Campidoglio: “È soltanto un bluff pre-elettorale. Per Roma, il Tavolo va avanti. Tutti siamo utili, nessuno è indispensabile: far finta di non capirlo è la vera arroganza”.

PIU’ POLEMICHE CHE PROGETTI – A differenza della collaborazione con il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, dalla quale è scaturito – ad esempio – il finanziamento di 425 milioni per la manutenzione delle metro A e B, fra Raggi e Calenda il feeling non è mai nato. Le liti sono iniziate (sui giornali) già a fine settembre, quando il ministro accusava la sindaca di non essere “in grado nemmeno di fissare una data sulla sua agenda” e, addirittura, di “non rispondere al telefono”. Quindi le accuse di “bluff” arrivate dalla prima cittadina, che sempre cercato di condurre il gioco chiedendo sin da subito “maggiori poteri e fondi speciali per Roma in virtù del suo status di Capitale” – gli stessi per cui si è battuto in precedenza Ignazio Marino – Calenda, da parte sua ha sempre accusato la prima cittadina di produrre “progetti sconclusionati”. Frizioni che hanno mantenuto costantemente lontane le due posizioni, con buona pace delle parti sociali e delle categorie imprenditoriali costantemente presenti agli incontri. Una distanza alimentata dalle voci di una possibile futura candidatura a sindaco di Roma da parte dello stesso ministro Calenda.

LA DELUSIONE DELLE CATEGORIE – L’obiettivo del tavolo, come detto, doveva essere quello di provare a rilanciare l’imprenditoria in città attraverso l’accesso al credito delle piccole e medie imprese romane, un piano di investimento per l’innovazione e ricerca, il rilancio del turismo con il potenziamento delle strutture ricettive (e puntando ad attirare a Roma alcuni dei 50 eventi mondiali ancora in corso di assegnazione), la creazione di un hub dell’aerospazio per far crescere la filiera tecnologica romana e quello dello sport e lo sblocco di grandi cantieri come l’ex caserma Guido Reni e gli ex Uffici delle Dogane a San Lorenzo. “Abbiamo assistito a 5 mesi di reciproca strumentalizzazione per motivi politici – afferma a IlFattoQuotidiano.it Mauro Mannocchi, presidente di Confartigianato – Non c’è stata la volontà da parte degli attori in campo di riconoscere adeguati poteri alla città e allo stesso tempo di proporre progetti adeguati al tessuto produttivo e alla vocazione del territorio. Il resto l’ha fatto la campagna elettorale”.

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