Non bastano 177 dipendenti, non bastano 70 lavoratori ‘quasi stabilizzati’, che da anni, legislatura dopo legislatura, lavorano nei gruppi parlamentari. Non bastano neanche i portaborse, i collaboratori personali dei consiglieri regionali siciliani, che però sull’isola si chiamano deputati, come a Roma. Nossignore. I tre milioni di euro risparmiati dalla cura dimagrante imposta dal decreto Monti all’Assemblea regionale siciliana sono stati subito spesi per nuove assunzioni. Anzi per la verità di quei soldi messi da parte il parlamentino siciliano ne spenderà addirittura di più. Saranno quattro i milioni di euro in più che ogni anno serviranno a pagare gli stipendi ad almeno 70 nuovi collaboratori, uno per ogni deputato. Ma i nuovi assunti potrebbero essere anche di più. La ragioneria generale di Palazzo dei Normanni non riesce ancora a quantificare quanti contratti stanno facendo i parlamentari, dall’insediamento del dicembre 2017.  “Il numero è in continua evoluzione”, dicono i burocrati. I nuovi dipendenti, tra l’altro, non saranno semplici collaboratori dei politici, ma andranno ad allargare il già nutrito personale al servizio dei gruppi parlamentari, che pagheranno i nuovi assunti a tempo determinato con un contributo ad hoc da 4 milioni e 88 euro l’anno.

Per i portaborse si spendono già 2,7 milioni – La misura, introdotta nella scorsa legislatura, è contenuta in un articolo della legge con cui l’Assemblea regionale aveva recepito lo stesso decreto del governo di Mario Monti sulla spending review. Era il 2014, e l’Ars aveva due anni di ritardo rispetto al resto del Paese in materia di contenimento della spesa. La legge entrò in vigore l’1 gennaio del 2015, tranne – appunto – la parte sul nuovo contributo ai gruppi parlamentari per i collaboratori ancora da assumere, valida invece dal giorno dell’insediamento della nuova Assemblea. Un gradito regalo per i parlamentari eletti alle regionali del novembre scorso, visto che quei quattro milioni non sostituiscono ma si sommano alle somme già previste per l’assunzione dei portaborse. Ogni mese, infatti, l’Assemblea elargisce a ogni parlamentare 3.180 euro per la contrattualizzazione dei collaboratori personali. In totale, in un anno, sono altri 38.000 euro a deputato, quasi 2 milioni e 700mila euro se moltiplicati per i 70 onorevoli di Palazzo dei Normanni: soldi chhe entrano direttamente in tasca ai consiglieri regionali che poi pagano gli stipendi ai collaboratori.

Il numero dei nuovi assunti? Non si sa – A questi andranno sommati gli oltre 4 milioni per i nuovi collaboratori dei gruppi. Una cifra calcolata sulla base di un contributo di 58.400 euro all’anno per ogni deputato, somma che però viene trasferita dalle casse dell’Ars direttamente a quelle dei gruppi parlamentari, che poi assumeranno seguendo le indicazioni dei deputati. L’erogazione dei fondi, però, non sarà legata all’assunzione di un singolo collaboratore. Nulla, insomma, vieterebbe ai singoli consigliori regionali di dividere gli oltre 58mila euro per pagare gli stipendi di più di un dipendente. Ben più di un’ipotesi visto che alla ragioneria generale dell’Ars sono già arrivate, e continuano ad arrivare, decine di richieste per nuovi contratti. Un numero talmente alto che ai capigruppo è arrivata una lettera del presidente dell’Assemblea, Gianfranco Micciché: non esattamente il sostenitore numero uno dei tagli.  “Si raccomanda – scrive il leader di Forza Italia – che i soggetti contrattualizzati utilizzando i contributi in qualità di dipendenti del gruppo siano chiamati a svolgere unicamente compiti e mansioni coerenti alla natura del gruppo e per far fronte alle esigenze di funzionamento dello stesso, e che percepiscano, entro il limite del contributo erogabile, una retribuzione adeguata ai compiti e alle mansioni svolte da ciascun lavoratore”.

Spending review? Vade retro – E dire che la nuova legislatura doveva iniziare all’insegna del risparmio, con venti deputati regionali in meno rispetto ai 90 che fino a qualche mese fa popolavano la Sala d’Ercole. Ma questa nuova Assemblea, un po’ per effetto delle vecchie norme, un po’ per il nuovo corso incarnato dallo stesso Micciché, sta già deludendo le aspettative. Il risparmio di tre milioni, calcolatrice alla mano, sarà abbondantemente superato dalla spesa per i collaboratori esterni. A tutto questo si aggiunge poi la somma che l’Assemblea sta già sborsando per l’aumento delle paghe del proprio personale interno. Come è successo alla Camera dei deputati e al Senato, al quale è equiparata secondo Statuto, anche all’Ars i tetti agli stipendi del personale imposti dalla spending review di Monti sono scaduti il 31 dicembre 2017. E se a Montecitorio e a Palazzo Madama aspetteranno le prossime elezioni per decidere se e come ripristinare i tetti, all’Assemblea regionale sono già tornati a pagare ai 177 dipendenti lo stipendio pieno.

Tornano i tetti. Ma col trucco – Una novità che ha costretto il Consiglio di presidenza di Palazzo dei Normanni a stanziare 900mila euro nell’esercizio provvisorio del bilancio in attesa di concludere la trattativa coi sindacati dei dipendenti. Una situazione che, una volta a regime,  potrebbe costare circa 300mila euro all’anno in più. Alla fine, il 14 febbraio, la presidenza dell’Assemblea ha trovato l’accordo con il personale per reintrodurre il tetto degli stipendi a 240mila euro. In pratica lo stesso salary cup della scorsa legislatura: non certo una paga da fame. A questo giro, però, le indennità di funzione (per esempio per i direttori dei servizi) e di mansione (straordinari, notturni, festivi) saranno pagati come extra: il tetto da 240mila euro, dunque, è solo ipotetico. Facendo felici i dipendenti, che torneranno a guadagnare di più di quanto percepito negli ultimi tre anni, e la politica, che così probabilmente eviterà la fuga di altro personale verso una più sicura – e più sostanziosa – pensione.