La ‘ndrangheta esiste in Liguria. Bisognerà attendere le motivazioni della sentenza “Alchemia” per capire quanto, secondo il gup di Reggio Calabria, Olga Tarzia, le cosche hanno colonizzato la regione del nord Italia. Intanto, però, leggendo il dispositivo di sentenza l’infiltrazione delle famiglie mafiose calabresi in Liguria è l’aspetto più importante della decisione presa dal Tribunale di Reggio Calabria davanti al quale si è concluso, in primo grado, il processo per gli imputati che hanno scelto il rito abbreviato.

Regge, in sostanza, l’accusa rappresentata in aula dal sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia Roberto Di Palma e dal procuratore vicario Gaetano Paci. Sei condanne e sei assoluzioni. Il gup ha inflitto 8 anni di carcere agli imputati Pietro Giovanni Barone, Massimiliano Corsetti, Pietro Pirrello e Antonio Raso (classe 1988). Una pena più pesante, 8 anni e 8 mesi di reclusione, invece, per Adolfo Barone e Fabrizio Accame. Tranne Corsetti, accusato di concorso esterno con la ‘ndrangheta, gli altri sono stati condannati per un’associazione mafiosa, costituita dalle cosche Raso-Gullace-Albanese e Gagliostro-Parrello, operante tanto nella Piana di Gioia Tauro quanto in Liguria.

Molti imputati nei mesi scorsi hanno scelto il rito ordinario ed erano stati rinviati a giudizio. Stando all’inchiesta della Dda, i summit delle famiglie mafiose si svolgevano nella Piana di Gioia Tauro da dove partivano gli ordini dei boss che hanno portato all’infiltrazione della ‘ndrangheta nei subappalti della linea ferroviaria che collega Milano a Genova e che serviva a valorizzare il porto ligure.

Uno dei contatti tra i calabresi e la Liguria, secondo gli inquirenti, è stato l’imputato Fabrizio Accame, residente ad Alberga e ritenuto affiliato ai Raso-Gullace-Albanese. Per i pm, infatti, Accame “è il braccio destro del capo del consorzio criminale Carmelo Gullace” per il quale sarebbe stato impegnato “in molteplici e diversificate operazioni di reinvestimento di capitali di origine illecita”. Intercettato mentre parlava del suo boss, è lo stesso Accame a confermare la caratura criminale del suo dominus. Dando l’impressione di essere compiaciuto e ignaro di essere ascoltato dalla squadra mobile, l’imputato aveva descritto così Gullace: “Lui è quello che comanda la Liguria ed il basso Piemonte… è il Padrino”. Sono stati assolti, invece, Marco Parrello, Luigi Taiano (accusato di concorso esterno) e Giuseppe Raso conosciuto con il soprannome di “avvocaticchio”.

Sono cadute le accuse anche per i due funzionari della commissione tributaria Annunziato Vazzana e Salvatore Mazzei, sospettati di essersi fatti corrompere da Girolamo Giovinazzo, detto Jimmy, l’imprenditore-boss del clan Gullace. Lo stesso “Jimmy” che, nel corso dell’indagini, era stato intercettato più volte con il consigliere regionale Francesco Cannizzaro (che corre alle elezioni politiche del 4 marzo nella lista di Forza Italia) e con l’ormai ex senatore di Ala Antonio Caridi, coinvolto nell’inchiesta, la cui posizione è stata stralciata ed è confluita nel processo “Gotha”.

Al termine del processo è stato assolto, dall’accusa di intestazione fittizia, pure il consigliere regionale Francesco D’Agostino, vicino al Pd ed eletto nelle file del centrosinistra alle elezioni del 2014. Per lui la Procura aveva chiesto 3 anni di carcere ma il gup non ha ritenuto sufficienti le prove a suo carico: alcune intercettazioni e le dichiarazioni della collaboratrice Teresa Ostareg, ex moglie di Vincenzo Mamone, parente di alcuni affiliati. Imprenditore di Cittanova, D’Agostino è sinonimo dell’azienda “Stocco&Stocco” che commercializza lo stoccafisso e per anni è stata lo sponsor della Reggina Calcio.  “Oggi giustizia è stata fatta. – è il commento a caldo di D’Agostino, difeso dagli avvocati Guido Contestabile e Giovanni Marafioti – Per me si chiude una parentesi orribile, che mi ha visto accusato di un reato gravissimo quanto inconciliabile con la mia attività imprenditoriale e con la mia condotta di vita. La mia storia ha vinto contro ogni accusa”.