I ragazzi hanno desideri e ideali, sono emotivi. Quando guardano al futuro, hanno – o almeno glielo auguro – la speranza di vedere un mondo migliore, e pure in quell’eterno presente che è l’adolescenza forse riescono a prefigurare ciò che da adulti vorrebbero. Intanto, essere liberi: di fare ciò che gli piace, di viaggiare, di innamorarsi, di godere. Insomma, sperano che le passioni abbiano un ruolo centrale nella loro vita. Forse anche avventatamente, pensano che la crudezza della vita non li investirà, che a essere colpito sarà sempre qualcun altro, qualcuno che non conoscono. Non loro, non i loro amici. Eppure avranno tutto il tempo per comprendere cosa vuol dire crescere, senza che nessuno pieghi anzitempo i loro sogni alle proprie necessità. Invece, sistematicamente accade che qualcuno dica ai ‘giovani d’oggi’: siete bamboccioni, siete choosy, vivete nel mondo dei sogni, inseguite fole e illusioni.

È la storia del mondo, in definitiva: gli adulti dimenticano di essere stati ragazzi, quando quei sogni erano i loro. C’è sempre qualcuno desideroso di tarpare le ali a un ragazzo che voglia cambiare il mondo. Ma il mondo non sarebbe quello che oggi vediamo se qualcuno non si fosse incaponito, se non avesse pensato bene che quei sogni valeva la pena inseguirli davvero. Adesso  la lezione provano a impartirla gli industriali di Cuneo, che con il capo della Confindustria locale mandano a dire ai ragazzi e alle loro famiglie di essere “razionali”, di non inseguire ideali, di abdicare al desiderio. Meglio pensare a come la realtà si abbatterà su di loro, e correre ai ripari: “fate gli operai”. C’è tuttavia un elemento generazionale, che si somma a un fattore di classe, a disturbare in questo “disinteressato” invito.

In fondo, i manager ci sono già, e “siamo noi’ (parrebbe dire Confindustria), ciò che occorre è manodopera (specializzata, certo, ma) fungibile, come ormai è diventato il lavoro contemporaneo: oggi mi servi, domani non più. Ma c’è stato un tempo in cui i figli potevano seguire i loro sogni, potevano sperare di balzare sull’ascensore sociale in ascesa e migliorare la condizione dei loro genitori. In quel tempo come in tutti i tempi, i “figli di” non hanno avuto bisogno di prendere alcun ascensore (e non raccontiamo la favoletta dei figli dei tycoon che vanno a fare le “esperienze di povertà” alla catena di montaggio), ma per gli altri c’era la speranza di farsi onore. Ora questo sogno è finito, occorre – dicono dalle parti di Cuneo – essere “realisti”. Chi ha dato ha dato ha dato, chi avuto ha avuto ha avuto, scurdammoce ‘o passato, e poco importa se siano proprio i “vecchi”, oggi, ovvero coloro che hanno preso e anche dilapidato, mettendo un’ipoteca sul futuro dei giovani, a stringersi nelle spalle e a dire a questi ultimi: “il mondo è cambiato, arrangiatevi”.

Beninteso, non c’è niente di male a fare gli operai, benché normalmente uno dovrebbe averlo scelto, e non esservi costretto da circostanze che altri hanno apparecchiato per lui. In fondo, il desiderio è una molla potente della storia. Anche il desiderio di essere riconosciuti come soggetti. Quando Jacques Lacan dice che il desiderio è desiderio dell’altro (nel senso di desiderio del desiderio dell’altro), non sta parlando di un pranzo di gala. Sta riprendendo quello che il maestro occulto del Novecento filosofico francese aveva spiegato durante i suoi celeberrimi seminari parigini tra il ’33 e il ’36. Sto parlando di Alexandre Kojèvnikov, naturalizzato Kojève, esule russo dalla biografia oscura e affascinante.

Nella lotta a morte tra servo e padrone, ovvero nella lettura che Kojève diede della famosa “dialettica” hegeliana spiegata nella Fenomenologia dello Spirito, egli ne sostenne una versione marxistizzata, in cui il Servo avrebbe finito per prevalere ben al di là di ogni orizzonte di coscienza infelice, poiché il Padrone – vittorioso ma incapace di trasformare la Natura – avrebbe finito per avere bisogno proprio del servo per sopravvivere. E sarebbe stato allora che il Servo avrebbe preso il sopravvento sul Padrone, invertendo il rapporto. Gli imprenditori di Cuneo chiedono alle famiglie di mandare i loro figli a scuola, sì, ma per prepararsi a fare gli operai, ché a loro servono queste figure? Il servo implorato dal padrone di trasformare la natura al posto suo. Ora noi lo sappiamo quale scelta abbia il servo per rispondere al padrone in affanno.