Dalle liste di Alleanza nazionale (per le comunali del 1995, aveva vent’anni) a quelle del Pd. Passando per l’ufficio stampa di un sottosegretario in quota Udeur, il partito cristiano-democratico di Clemente Mastella. In mezzo l’impegno nell’Arcigay, di cui nella seconda metà degli anni Novanta è stato dirigente, e una rapida carriera da giornalista nel gruppo Gedi della famiglia De Benedetti. Che lo ha visto dirigere Il Messaggero Veneto e il settimanale Espresso per poi approdare – solo lo scorso ottobre – alla condirezione di Repubblica. E’ la parabola non proprio lineare di Tommaso Cerno, che sabato ha ufficializzato l’addio al quotidiano e la candidatura con i dem per il Senato, come capolista nel collegio plurinominale del Friuli Venezia Giulia.

Come ricordato a dicembre dal blog Il Perbenista, e come ilfattoquotidiano.it ha verificato, Cerno nel 1995 corse per le amministrative del 23 aprile. Si candidò alle comunali di Udine, sua città natale, per An. Nel partito nato pochi mesi prima, dopo la svolta di Fiuggi e lo scioglimento del Movimento sociale italiano, l’aveva reclutato l’allora presidente provinciale Daniele Franz, ex Fronte della Gioventù e Msi. Cerno comunque non fu eletto. L’anno dopo iniziò a impegnarsi nel circolo Arcigay di Udine e stando alla sua biografia – che non fa menzione dell’impegno in politica – fu tra i promotori del Gay Pride di Venezia del 1997.

Ma, mentre collaborava con Il Gazzettino, dalla politica ebbe un’altra chance. A cavallo tra fine anni Novanta e inizio anni Duemila fu infatti addetto stampa di Mauro Fabris, politico vicentino con un passato nella Dc e, all’epoca, sottosegretario ai lavori pubblici del governo D’Alema I, alle finanze per il D’Alema II e a industria, commercio e artigianato nel secondo esecutivo Amato. Fabris era in quota Udeur e in seguito è stato vicepresidente della commissione Lavori pubblici del Senato. Nel 2013 è stato nominato presidente del Consorzio Venezia Nuova, il concessionario statale per la realizzazione del Mose, commissariato dal 2014 dopo l’inchiesta sugli appalti che ha portato alla condanna in primo grado dell’ex ministro dell’Ambiente Altero Matteoli mentre l’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan ha patteggiato ed è stato condannato a risarcire allo Stato 5,8 milioni.

Poi l’approdo di Cerno al gruppo Espresso, oggi Gedi, come collaboratore del Messaggero Veneto, dove ha lavorato fino al 2009 quando è passato all’Espresso. Diventato vicecaporedattore dell’Attualità, nell’autunno 2014 è stato richiamato nel quotidiano friulano con l’incarico di direttore. Nel 2015 ha tentato anche la strada della tv con il programma D-Day, su Rai3. E ha pubblicato il saggio A noi! – Cosa ci resta del fascismo nell’epoca di Berlusconi, Grillo e Renzianalisi che arrivava alla conclusione che “molti atteggiamenti del regime si sono conservati” e “l’eredità del fascismo arriva dritta nell’epoca di Silvio Berlusconi e Matteo Renzi“, “il nuovo taumaturgo del Belpaese”, che l’anno dopo il colpo di mano ai danni di Enrico Letta era “talmente sereno da potersi permettere di giocare alla Playstation mentre attende l’esito delle regionali 2015. Per chi non sta al suo passo, il futuro è uno solo: l’oblio“. Nell’estate 2016 il salto: torna all’Espresso come direttore. Il settimanale pubblica copertine sul Giglio magico e il caso Consip ma anche editoriali in cui Cerno si chiede perché mai “quando a sinistra le cose vanno male è sempre colpa del leader”.

Nell’ottobre 2017 Gedi ha annunciato di avergli affidato la condirezione di Repubblica, al fianco di Mario Calabresi. Il 10 dicembre Cerno intervista Renzi: due pagine in cui il leader Pd – senza seconde domande – difende il Jobs Act, rivendica il Reddito di inclusione, la “lotta al caporalato”, la reintroduzione del falso in bilancio, “il blocco degli sbarchi ma lavorando sulla cooperazione internazionale” e pure la gestione del caso Etruria: “Non abbiamo scheletri nell’armadio, vogliamo la verità. La Commissione di inchiesta ha mostrato cose molto interessanti, soprattutto sulle banche venete”. Dieci giorni dopo l’ex ad di Unicredit Federico Ghizzoni, proprio davanti alla commissione parlamentare, confermerà che a fine 2014 l’allora ministro gli chiese di valutare un intervento a favore dell’istituto di cui il padre era vicepresidente.