Una legge sul finanziamento ai partiti approvata nel 2014 dal governo guidato da Enrico Letta. Ed entrata a regime nel 2017, con l’azzeramento totale dei vecchi rimborsi elettorali, rimpiazzati dal sistema del 2 per mille, in favore dei movimenti politici iscritti nell’apposito registro. Ma che secondo Riparte il futuro, l’organizzazione non-profit impegnata contro la corruzione per promuovere la trasparenza, è ancora “estremamente lacunosa”. Perché regolando il finanziamento dei partiti nulla dispone circa quello, più generale, alla politica. Se negli ultimi quattro anni, dall’entrata in vigore della legge Letta, infatti, “le entrate dei partiti si sono ridotte del 61%”, come rivelato da un recente dossier di OpenPolis, alla crescente incapacità dei movimenti politici di attrarre risorse ha fatto da contraltare la tendenza dei privati, con frequenza sempre maggiore, ad “orientare le proprie donazioni verso i singoli candidati o verso le fondazioni politiche”, spiega a ilfattoquotidiano.it, Federico Anghelè, responsabile relazioni istituzionali di Riparte il futuro. Con ripercussioni inevitabili sul fronte della trasparenza.

POCA TRASPARENZA – Ma quali sono le principali lacune della legge Letta secondo l’organizzazione non-profit? La normativa vigente, come riassume ripercorrendone i punti cardine un dossier di Riparte il futuro, prevede un tetto massimo di 100mila euro per singola donazione. Le donazioni superiori ai 5mila euro devono essere dichiarate insieme al bilancio. Ma la normativa sulla privacy consente di omettere i nomi dei finanziatori che non hanno rilasciato il consenso alla pubblicazione dei dati personali. Un vulnus pericoloso, visto che in linea teorica le donazioni fino a 100mila euro (il massimo legale consentito) potrebbero essere riscosse senza rendere pubblico il donatore. E non è tutto. I dati relativi alle donazioni devono essere pubblicati sui siti internet del Parlamento e del partito, ma la pubblicazione non avviene in tempo reale. Con il risultato che, se una donazione viene formalizzata a ridosso di una tornata elettorale, il cittadino ne avrà conoscenza solo ad elezioni già celebrate. Per non parlare del fatto che le prescrizioni della legge Letta si applicano esclusivamente ai partiti che intendono accedere al sistema del 2 per mille.
 
FINANZIATORI IGNOTI – “Per le donazioni superiori a 5mila euro, i nomi dei donatori possono essere resi noti solo con il loro consenso e in ogni caso i nomi dei finanziatori vengono pubblicati solo a posteriori e non in tempo reale – prosegue Anghelè –. In questo modo l’elettore vota senza sapere chi ha finanziato il candidato. Peraltro, da una legge sul finanziamento dei partiti ci si dovrebbe aspettare molto più rigore sul fronte della trasparenza specialmente in un Paese come l’Italia in cui non è regolamentata  l’attività di lobbying”. A differenza di quanto avviene, ad esempio, negli Stati Uniti. “Dove il cittadino sa esattamente chi finanzia chi e per quali importi prima del voto: in questo modo, a posteriori, potrà verificare se l’eletto ha subito pressioni e condizionamenti da soggetti che lo hanno finanziato – sottolinea il responsabile relazioni istituzionali di Riparte il futuro –. In Italia, invece, l’elettore ha a disposizione solo strumenti parziali attraverso i quali è molto più difficile verificare l’eventuale influenza delle lobby sulle decisioni pubbliche”. Insomma, ci sono evidenti limiti di trasparenza. Aspetti che l’organizzazione non profit vuole siano modificati nella prossima legislatura.

FONDAZIONI BLINDATE – Partendo anche dal monito del presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, “che ha richiamato l’attenzione sulla necessità di fare chiarezza sulle fondazioni politiche – ricorda Anghelè –. Le quali non hanno vincoli di trasparenza né obblighi di rendicontazione: se una Fondazione finanzia un candidato, dopo 90 giorni l’elettore saprà che quella certa fondazione lo ha finanziato ma non saprà da chi sono arrivati i fondi entrati nelle casse della medesima fondazione”. La legge Letta presenta, però, anche un ulteriore limite: l’assenza totale di un codice di condotta. “Non dice da chi si possono o non possono accettare finanziamenti – conclude Anghelè –. In questo modo, potenzialmente, le donazioni potrebbero arrivare, per esempio, anche da uno Stato straniero o da un’azienda produttrice di armi”. E gli elettori non potrebbero saperlo.