L’Università di Cambridge difende Maha Abdelrahman. In una nota diffusa dal vice-chancellor Stephen J. Toope, l’ateneo ha denunciato quella che definisce “una vergognosa campagna di denigrazione, alimentata da convenienze politiche” contro la docente tutor e responsabile della ricerca condotta in Egitto da Giulio Regeni, il ricercatore italiano rapito il 25 gennaio e trovato morto il 3 febbraio 2016 lungo l’autostrada tra il Cairo e Alessandria. A due anni dall’uccisione del ricercatore di Fiumicello e sullo sfondo di “un’apparente assenza di progressi investigativi”, Toope ha ribadito la volontà di Abelrahman di collaborare, ma deplora le fughe di notizie sulle indagini.

Nella lunga nota Toope scrive che, “avvicinandosi” il secondo anniversario della morte di Regeni, “non siamo più vicini a conoscere la verità su cosa accadde a questo promettente ricercatore, torturato e ucciso mentre svolgeva una ricerca accademica pienamente legittima“. E assicura che – accanto al dolore della famiglia, che “nulla può sanare” – “la ferita” e “il senso di oltraggio” restano vivi anche dentro l’università.

Afferma d’altra parte come sia “fastidioso” per il celebre ateneo “osservare che in assenza di apparenti progressi investigativi sulla morte di Giulio, l’attenzione si è rivolta verso la sua tutor di dottorato, Maha Abdelrahman, un’onorata ed eminente studiosa”. Toope fa riferimento al recente interrogatorio della docente – il terzo afferma – da parte degli inquirenti italiani e al fatto che ella abbia consegnato loro “volontariamente“, attraverso la polizia britannica, i documenti richiesti confermando il desiderio di “cooperare pienamente” in veste di “testimone”. Ma definisce “molto inquietante” che la stessa Abdelrahman sia diventata “vittima di quello che appaiono sforzi concertati per implicarla direttamente” nel caso.

“Le pubbliche congetture” al riguardo, accusa il vice chancellor, sono “imprecise, dannose e potenzialmente pericolose“, nonché basate su una fondamentale “mancanza di comprensione della natura della ricerca accademica” e dei suoi “metodi”. Toope afferma che non è raro, per chi fa ricerca nell’ambito delle scienze umane e sociali, incidere su “temi politicamente sensibili”. Mentre rammenta come Giulio fosse “un ricercatore esperto” dell’Egitto, capace di “parlare un arabo fluente”, e come la sua ricerca sui sindacati egiziani fosse stata pianificata nel rispetto dei “metodi accademici standard“.

Quanto alle indagini, Toope insiste sulla disponibilità a collaborare espressa “fin dall’inizio dall’università di Cambridge e dalla dottoressa Abdelrahman”, con l’obiettivo di aiutare a trovare “la verità”. Ma lamenta che mentre l’ateneo ha rispettato “i vincoli legali imposti dalle indagini (anche sulla sua possibilità di rilasciare commenti pubblici)”, lo stesso autocontrollo non è stato esercitato altrove”, tanto che “la confidenzialità del procedimento giudiziario è stata platealmente ignorata”. In ogni modo Cambridge s’impegna a continuare ad “assistere le autorità” nella ricerca “della giustizia per Giulio e la sua famiglia”, ma anche a difendere “il diritto alla ricerca”. Non senza rimarcare – conclude Toope – che “la giustizia non può essere servita minando ciò che davvero ha ispirato Giulio nella sua breve, ma esemplare carriera accademica: ossia la ricerca della verità”.

Il 10 gennaio l’ufficio e l’abitazione della docente erano stati perquisiti ed erano stati acquisiti computer, pen-drive, hard disk e cellulare della docente. L’operazione era avvenuta dopo l’audizione della donna svolta dal pm Sergio Colaiocco affiancato dagli uomini del Ros e dello Sco e in collaborazione con le autorità del Regno Unito.