“La riforma delle popolari è un segreto di Pulcinella“. E la commissione d’inchiesta sulle banche è stata un “boomerang per Renzi”. Mentre Eugenio Scalfari è un “signore molto anziano che non è più in grado di sostenere domande e risposte. Gli ho dato un pacco di miliardi, è un ingrato“. Così parlò Carlo De Benedetti a Otto e mezzo, in un’intervista in cui l’ex editore de La Repubblica e La Stampa ha affrontato il caso del decreto sulle banche popolari, ma ha toccato anche i principali temi del dibattito in vista delle politiche e ha usato parole al vetriolo sul quotidiano romano, sul suo direttore e sul suo fondatore.

Per l’Ingegnere la telefonata del 16 gennaio 2015 con cui dava istruzioni al suo broker di investire sulle banche popolari – conservata come prescrive la legge e poi finita agli atti – dopo che il giorno prima l’allora premier lo aveva rassicurato sul fatto che la riforma del settore sarebbe passata, non è un problema. Come non lo è il fatto che quell’investimento di 5 milioni gli ha permesso di realizzare un guadagno di 600mila euro. Circostanza sulla quale la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta per insider trading e ha indagato anche la Consob.

“E’ tutto un po’ ridicolo – è il giudizio di De Benedetti – era un segreto di Pulcinella la riforma delle popolari. Era nel programma di Renzi che tra l’altro non mi ha detto niente di particolare e se lo avesse voluto fare non lo avrebbe fatto davanti ad un usciere. Mi ha solo detto che la riforma delle popolari sarebbe stata data. Nessuna parola su un decreto o su una data”. Anche se del decreto parla il broker Gianluca Bolengo, si legge nella richiesta di archiviazione presentata dai pm e consegnata alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche. Un dettaglio, quello del decreto, che è cruciale: con un provvedimento d’urgenza al posto di un disegno di legge (con i suoi lunghi tempi parlamentari) i titoli salgono velocemente e una loro compravendita permette di realizzare guadagni maggiori.

“Al mio broker parlo tutte le mattine, è una mia abitudine – ha proseguito De Benedetti – gli ho detto delle Popolari perché ho pensato che questo affare sarebbe maturato un giorno o l’altro”. “Se sapevo che il mio broker era intercettato? No, non lo sapevo. Forse non avrei detto ‘me lo ha detto Renzi’ ma solo perché non aggiungeva nulla. Era pleonastico”. Peraltro, ha aggiunto, “è vero che ho dato al mio broker ordine di comprare azioni delle Popolari, ma ho dato, e questo nessuno lo ha scritto, ordine di hedgiare una posizione, ovvero mi sono comunque coperto comprando delle put. Se uno pensa che una cosa avvenga la settimana dopo, non si fa la protezione”, ha spiegato De Benedetti facendo riferimento alla pratica di effettuare degli investimenti di copertura per limitare le eventuali perdite. Il polverone, ha aggiunto, “è stato solo uno sfizio di Vegas, il presidente della Consob”. Che “vuole candidarsi in Forza Italia, e penso che lo candideranno”.

Al netto della rilevanza giudiziaria delle telefonata, al centro del dibattito c’è l’aspetto politico della questione. E’ giusto che uno dei maggiori industriali del Paese, allora editore de La Repubblica e La Stampa, parli con il presidente del Consiglio di un provvedimento che sta per essere varato dal governo su un tema così delicato e realizzi un guadagno in Borsa acquistando i titoli proprio di 6 banche popolari? “Da quando ho 40 anni ho visto tutti i governatori della Banca d’Italia – la spiegazione dell’Ingegnere – con i premier, invece, faccio fatica a trovare uno che non abbia visto. Da Craxi a Berlusconi a Prodi a D’Alema. Il problema non esiste. Questo è un provincialismo preoccupante”.

Ma se c’è una cosa che De Benedetti non ha capito è il motivo per il quale Renzi ha istituito la commissione d’inchiesta sulle banche. “E’ stata inutile, come tutte le commissioni parlamentari in questo paese, ed un boomerang per Renzi. Per lui, politicamente parlando, è stato un errore“.

Le elezioni si avvicinano e l’Ingegnere non ha dubbi: “Ho detto in un’intervista che sono deluso da Renzi ma alla fine, vista l’offerta politica di questo periodo, voterò Pd“. La possibilità che Luigi Di Maio possa un giorno sedere a Palazzo Chigi sarebbe “un disastro” perché con i Cinquestelle arriverebbe “l’incompetenza al potere. Se penso che di Maio potrebbe essere premier di questo Paese, ha ragione mille volte Berlusconi che da questo Paese bisognerebbe scappare. Per il suo curriculum non può essere premier”. Al gioco della torre tra il candidato pentastellato e il leader di Forza Italia l’Ingegnere si sottrae: ”Non sono d’accordo con Scalfari, tra Berlusconi e Di Maio meglio né l’uno né l’altro. Così risponderebbe uno che non ha problemi di vanità”.

Sul fondatore del quotidiano di cui è stato per anni editore De Benedetti usa parole feroci: “Le parole di Scalfari? Non voglio più commentare un signore molto anziano che non è più in grado di sostenere domande e risposte. Gli ho dato un pacco di miliardi, è un ingrato”. Spietato anche il giudizio sul momento che il quotidiano sta attraversando: “Un consiglio a Repubblica. Don abbondio diceva che chi non ha il coraggio non se lo può dare”. Obiettivo, il direttore Mario Calabresi, affiancato da poche settimane da Tommaso Cerno nelle vesti di condirettore.

Parlava, De Benedetti, dell’editoriale in cui il giornale ha preso le distanze dalle vicende che lo hanno coinvolto in queste settimane. L’Ingegnere ha sottolineato che “non è mai successo in 40 anni” che comparisse un editoriale “non firmato“. Per Repubblica, ha specificato, “ho solo pagato dei prezzi, è solo la mia folle passione”. Repubblica era e rimane, insomma, un “grande amore”, anzi “la mia unica moglie”, come ha sottolineato spiegando che “mai” fonderebbe un altro giornale, anche se adesso i rapporti sono “assenti”. “Per me – ha aggiunto – Repubblica è la luce dei miei occhi, per questo sono triste quando vedo che perde la sua identità. E’ un giornale politico, nato per quello. E’ vero che c’è poca politica, ma non viene più fatta su Repubblica. Penso che abbia perso la sua identità ed è una cosa che mi addolora molto”.