Quel che ha passato Eric Abidal, ex calciatore del Barcellona che vive grazie a un trapianto di fegato, è il distillato di ferocia di cui lo sport a volte sa dar prova. Abidal ha raccontato che nei giorni della malattia, forse per farsi coraggio, garantì ai suoi compagni di squadra la propria vicinanza.

Lui malato, avrebbe incoraggiato loro, sani di corpo. Un modo per elaborare il lutto del cancro e sentirsi vivo e non vinto, partecipe ai destini del gruppo, passeggero della comitiva di sempre. Lionel Messi, il super campione, l’attaccante splendido e invincibile, gli spiegò che invece avrebbe fatto meglio a risparmiare alla squadra la vista del suo volto stanco ed emaciato per non debilitarli – proprio così sembra abbia detto – nel morale.

Esiste una misura di disumanità più vicina alla ferocia di questa? È l’abisso in cui lo sport si ritrova quando i quattrini trasformano gli uomini in bestie e la loro vita in una condizione così parossistica da indurli a credere che un campione, per essere tale, deve essere crudele e spietato come una jena affamata.

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