L’adunanza generale del Consiglio di Stato ha dato parere favorevole alla destituzione del consigliere Francesco Bellomo, accusato di aver obbligato le allieve della sua scuola per futuri magistrati a presentarsi ai corsi in minigonna e a rispettare un “decalogo” anche attinente la sfera privata. Gli oltre 70 consiglieri hanno preso la decisione quasi all’unanimità. All’esito della seduta, presieduta dal presidente aggiunto Filippo Patroni Griffi, è stato votato il parere “conforme” alla decisione del Cpga, il Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa, che lo scorso 27 ottobre aveva proposto la destituzione di Bellomo. La decisione presa dall’organo di autogoverno della magistratura amministrativa ha pochi precedenti nella storia giudiziaria italiana.

Dopo il via libera al parere, si attende per giovedì 11 gennaio il “deposito” delle motivazioni. Il giorno successivo, è già fissata la prima seduta del Consiglio di presidenza che dovrà “ratificare” il parere adottando la delibera di destituzione. Da quel momento Bellomo sarà destituito, anche se per avere l’effettiva uscita dai ruoli della magistratura amministrativa bisognerà attendere il decreto del presidente della Repubblica, che renderà esecutivo il provvedimento.

La vicenda del “decalogo” imposto dal consigliere di Stato alle studentesse con borsa di studio della scuola “Diritto e Scienza” è diventata pubblica dopo che un’allieva di origini piacentine ha raccontato al padre le strane richieste di Bellomo, che secondo la denuncia del genitore obbligava alcune sue allieve della Scuola di formazione per magistrati a presentarsi ai corsi in minigonna, tacchi a spillo e con trucco marcato, pretendendo che non fossero sposate. Il tutto in una sorta di clausola inserita nel contratto di accesso alla scuola.

La storia è raccontata dal Fatto Quotidiano l’8 dicembre scorso, dopo l’esposto del padre della studentessa presentato a Piacenza. Nelle settimane seguenti sono nati un procedimento disciplinare nei confronti del consigliere e accertamenti sull’intera vicenda anche sul piano penale. “Mia figlia sta cercando di tornare a una vita normale”, ha raccontato il padre della ragazza, che a sua volta ha denunciato vessazioni e minacce durante il corso per aspiranti magistrati. L’uomo ha riferito che sua figlia – laureata alla Cattolica di Piacenza – ora sta meglio ma “questa odissea le ha distrutto la vita. Ha ripreso a mangiare e a studiare, ma è ancora in cura dagli psicologi“.
Secondo il genitore, la figlia “è stata sotto ricatto per troppo tempo attraverso il contratto che come borsista doveva firmare per mantenere la borsa di studio”. Bellomo – stando al racconto dell’uomo – ha cercato, dopo aver appreso della denuncia, di arrivare a una conciliazione con l’ex studentessa. E per far questo ha inviato – sempre secondo la ricostruzione di chi ha denunciato – i carabinieri per convincere la famiglia a cedere. “Sono venuti più volte – ha detto il padre della studentessa alle agenzie di stampa – chiedevano a mia figlia di firmare un atto di conciliazione. Sono venuti a maggio, e poi a ottobre, ma lei era in ospedale”. A raccontare il metodo Bellomo, inoltre, ci sono anche altre quattro-cinque borsiste del corso di preparazione al concorso in magistratura della Scuola “Diritto e scienza”: particolari del tutto simili a quelli della ragazza da cui tutto è partito. A metà dicembre, oltre all’indagine in corso a Piacenza, anche la procura di Bari ha aperto un’inchiesta su Bellomo. I pm ipotizzano il reato di estorsione a carico del giudice pugliese.