Il cadavere fatto a pezzi e ritrovato tre giorni fa in un campo nei pressi di Valeggio sul Mincio, nel Veronese, è di una donna marocchina di 46 anni. Lo confermano fonti dei carabinieri di Villafranca, dopo che il sindaco di Valeggio, come riporta il Corriere del Veneto, aveva anticipato questa indicazione. La donna viveva a Verona ed era in Italia da circa 20 anni. Svolgeva lavori saltuari, come badante e addetta alle pulizie. Era separata da tempo dal marito: gli investigatori ora lo stanno cercando. I carabinieri hanno identificato la 46enne grazie agli indizi delle ricognizioni medico legali. Il corpo era stato sezionato dall’assassino in una decina di pezzi, probabilmente con l’uso di una sega a motore.

Il cadavere è stata ritrovato sabato sera da una donna – che il giorno prima era passata nello stesso posto per andare ad abbeverare il suo cavallo – in una zona isolata di località Gardone, a oltre due chilometri dalle prime case abitate. È già certo che la vittima non è stata uccisa dov’è stata trovata. Chi l’ha assassinata, sezionandola dopo la morte, ha trasportato con dei sacchi i monconi del cadavere, abbandonandoli nel campo. Il luogo del ritrovamento è a ridosso di un uliveto e a poca distanza da un ex deposito militare. Si tratta di un’area in cui sono presenti numerosi animali selvatici, compresi i cinghiali, su cui contava forse l’assassino perché del corpo non restasse alcuna traccia.

Addosso la 46enne aveva solo la biancheria intima: un paio di slip a righe rosse e blu e dei calzini bianchi, scrive il Corriere del Veneto. La testa e il volto sono rimasti integri. E’ altrettanto sicuro che la macabra messinscena – le parti sezionate erano sparse a semicerchio in un raggio di 3-4 metri – risalga a non più di 24 ore prima della scoperta.

Questo significa che l’assassino ha agito tra la notte del 29 dicembre e il primo pomeriggio del giorno successivo. Come rivela il Corriere del Veneto, l’omicida ha utilizzato un sacchetto di nylon azzurro e una sacca da palestra blu. Uno degli elementi, insieme all’analisi dei cellulari che hanno agganciato le celle telefoniche della zona di Gardone, da cui sono partite le indagini. Ora lo studio delle frequentazioni della donna marocchina è il prossimo passo che potrebbe aiutare gli investigatori a dare un volto all’assassino.