Almeno sei manifestanti uccisi tra sabato e domenica dagli agenti della Guardia Rivoluzionaria, che hanno sparato per disperdere la folla scesa in piazza per protestare contro il governo a Droroud, nel Lorestan. E’ questo, stando all’opposizione, il risultato dell’escalation di quella che è già considerata la più grande mobilitazione in Iran dai tempi delle proteste per la rielezione dell’ex presidente Mahmud Ahmadinejad, nel 2009. Secondo il vice capo della sicurezza del governatore della provincia Habibollah Khojastepour, che ha parlato della presenza di “agitatori” e “servizi di intelligence stranieri”, a perdere la vita sono stati solo in due e “nessun proiettile è stato sparato dalla polizia e dalle forze di sicurezza sulla folla”. In alcuni video pubblicati sui social media si vedono migliaia di persone che partecipano a cortei di protesta, un dimostrante con una ferita da arma da fuoco e manifestanti a terra mentre in sottofondo si sente il rumore di spari. “Chi distrugge beni pubblici, crea disordini o agisce illegalmente dovrà rispondere delle sue azioni”, ha detto il ministro dell’Interno Abdolreza Rahmani Fazli alla televisione di Stato. “Agiremo contro la violenza e quelli che provocano paura e terrore”.

“Il governo iraniano dovrebbe rispettare i diritti del suo popolo, incluso quello di espressione. I regimi oppressivi non possono durare in eterno. Il mondo sta guardando!”, aveva scritto su twitter già il 30 dicembre il presidente Usa Donald Trump, aggiungendo che i cittadini iraniani sono “stufi della corruzione del regime e dello sperpero di ricchezze nazionali per finanziare il terrorismo all’estero”.

Proteste alimentate da caro prezzi e aumento della disoccupazione – È successo tutto nell’arco di pochi giorni: il 28 dicembre, centinaia di persone hanno manifestato nelle aree nord-orientali del Paese, poi i cortei sono aumentati fino a coinvolgere Mashhad, Kermanshah e, infine, Teheran, oltre ad altre zone nel sud del Paese, come ha riportato l’agenzia di stampa semiufficiale Fars. È allora che sono intervenute per la prima volta le squadre antisommossa, che hanno usato idranti lacrimogeni e fatto qualche arresto per cercare di tenere la situazione sotto controllo, con i manifestanti che avanzavano al grido di “morte al dittatore, morte a Rouhani!”. Il popolo ha deciso di ribellarsi contro il caro prezzi, l’aumento della disoccupazione e la mancanza dei benefici economici promessi dopo la firma dell’accordo sul nucleare. Ma adesso la tensione rischia di salire ulteriormente: in piazza sono scesi anche migliaia di sostenitori filo-governativi.

I primi cori contro l’esecutivo sono iniziati giovedì 28 dicembre, nelle aree nordorientali del Paese, vicino al confine con Afghanistan e Turkmenistan. “Morte al dittatore”, “morte a Rouhani”, ma anche “venite via dalla Siria, pensate a noi” sono i ritornelli che da giorni vengono ripetuti dai manifestanti. Ma è quando a riempirsi sono state le piazze di Mashhad, seconda città più popolosa del Paese e luogo sacro per gli sciiti, che l’onda antigovernativa si è gonfiata fino a coinvolgere altre zone del Paese. Così, il 29 dicembre, altri 300 dimostranti sono scesi per le strade di Kermanshah, città non lontana da confine iracheno duramente colpita dal terremoto di novembre che ha causato oltre 600 vittime, e le proteste hanno poi raggiunto anche la capitale del Paese Teheran e, riportano fonti iraniane, anche città del sud del Paese.

All’origine delle manifestazioni, il peggioramento della situazione economica e delle condizioni di vita nel Paese, in contrasto con le aspettative della popolazione iraniana che, dopo l’accordo sul nucleare tra Iran e 5+1, auspicava l’inizio di un periodo di crescita. Il 2017, secondo i dati diffusi dal Centro Iraniano di Statistica, si è chiuso con un +1,4% alla voce disoccupazione rispetto al 2016 che, a sua volta, aveva già fatto registrare un aumento intorno al 2% rispetto al 2015. Ad oggi, circa 3,2 milioni di iraniani su una popolazione di 80 milioni sono disoccupati. In questo contesto il carovita e gli annunciati tagli al welfare hanno fatto infuriare i cittadini della Repubblica Islamica.

Dai cori contro il peggioramento delle condizioni economiche alla richiesta di libertà civili – Presto, però, i cori contro il peggioramento delle condizioni economiche del Paese si sono trasformati in grida contro il governo moderato-riformista di Hassan Rouhani e richieste per maggiori libertà civili, nonostante le dichiarazioni del capo della polizia della capitale, Hossein Rahimi, che poche ore prima dello scoppio delle proteste aveva annunciato lo stop al carcere per coloro che violano i “codici islamici” di comportamento. “I prigionieri politici devono essere liberati”, hanno gridato alcune piazze secondo quanto riportato dall’agenzia Fars, “libertà o morte”.

L’ala più conservatrice è con i manifestanti… – Alle pressioni politiche della piazza, poi, si sono aggiunte quelle dell’opposizione interna e dei rivali in campo internazionale. Mentre l’ala più conservatrice continua a sostenere la causa dei manifestanti, il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, organizzazione politica d’opposizione in esilio, getta benzina sul fuoco delle proteste: “Salutiamo le eroiche proteste dei cittadini nel Khorasan – ha twittato la leader del gruppo, Maryam Rajavi -, iniziate con la sollevazione a Mashhad e le manifestazioni a Shahrud, Kashmar, Nishapur, Sabzevar, Quchan, Bojnord e altre città”. E poi: “Saluto gli uomini e le donne eroici a Shiraz, i cui slogan terrorizzano il regime iraniano”. A schierarsi fin dall’inizio dalla parte dei manifestanti anche il presidente degli Stati Uniti Trump, nemico dichiarato della Repubblica Islamica dell’Iran: “Numerosi report raccontano di proteste pacifiche di cittadini iraniani stufi della corruzione e dello sperpero di ricchezze per finanziare il terrorismo internazionale da parte del regime. Il governo iraniano deve rispettare i diritti della propria gente, incluso quello di espressione. Il mondo sta guardando!”, ha twittato l’inquilino della Casa Bianca.

…e secondo il governo ha strumentalizzato la piazza – A queste dichiarazioni il governo ha risposto puntando il dito contro una piazza a suo dire strumentalizzata dalle opposizioni che puntano a rovesciare la leadership nel Paese. Il vice-presidente, Eshaq Jahangiri, è convinto che le proteste siano frutto di un piano studiato a tavolino dall’ala più intransigente del conservatorismo iraniano: “Quando un movimento sociale e politico viene mandato per strada, chi gli ha dato il via non è detto che sia in grado di mantenerlo sotto controllo. Chi sta dietro questi episodi si brucerà le dita”. Adesso, però, il rischio di nuove tensioni nelle strade del Paese cresce ulteriormente. Il ministro dell’Interno, Abdolreza Rahmani Fazli, ha esortato i cittadini a “evitare raduni illegali” che potrebbero portare ad arresti da parte delle forze dell’ordine. Intanto, però, le notizie che arrivano dalla capitale parlano di circa duemila sostenitori del governo Rouhani scesi in piazza pacificamente per manifestare il proprio sostegno all’esecutivo sventolando la bandiera iraniana.

Twitter: @GianniRosini

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