Con la fine dell’anno, si conclude anche la presidenza italiana per il G7. Nel 2018 toccherà al Canada, sperando che non si lasci sfuggire l’occasione che il nostro Paese sembra aver perso. Questo summit ha avuto il sapore amaro della possibilità sfuggita di manosi è infatti concluso senza l’assunzione di impegni concreti e con gravi mancanze, ragione per cui la società civile internazionale dovrà mantenere alta l’attenzione.

La società civile italiana ha contribuito attivamente, partecipando ai principali appuntamenti quali il vertice di maggio a Tormina e le diverse ministeriali che si sono succedute. Aidos, come parte di Gcap- Coalizione italiana contro la povertà, ha concentrato la sua attenzione sulla ministeriale pari opportunità e su quella dedicata alla salute, entrambe strettamente connesse. Nonostante intenti politici apprezzabili e alcuni buoni risultati, quali il riconoscimento, malgrado la differente posizione degli Stati Uniti, dell’impatto sulla salute dei cambiamenti climatici e del degrado ambientale, manca l’impegno dei paesi G7 in investimenti finanziari e quantificabili e la realizzazione di un piano di azione operativo che garantisca l’attuazione di tutte le intenzioni riportate. Sebbene l’uguaglianza di genere e la violenza sulle donne abbiano avuto un riconoscimento dal vertice, attraverso l’adozione della “Roadmap for a Gender-responsive economic environment”, in questa ci si concentra molto sulla condizione economica e non sulla questione di genere nella sua complessità. Purtroppo, il monitoraggio che permetterà di valutare i progressi realizzati dai paesi G7, ossia la loro accountability, viene affidato a un G7 Working Group on Gender equality and women’s empowerment di cui non si fa menzione nei documenti successivi. Una grave dimenticanza!

Se è stata sottolineata l’urgenza di affrontare la mortalità perinatale e quella materna e la malnutrizione delle donne in gravidanza, non si è parlato di come garantire l’accesso ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva, lungo l’intero ciclo di vita di donne e ragazze che, come sottolineato dal direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, devono essere libere di scegliere se, quando e con chi avere figli; l’accesso ai servizi è inoltre necessario per evitare le malattie a trasmissione sessuale e per la libertà dalla violenza di cui è vittima una donna su tre nel pianeta. Questo sarebbe possibile grazie al finanziamento di attori multilaterali come il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) di cui purtroppo non c’è traccia nella dichiarazione finale.

Proprio Unfpa nel suo Rapporto annuale sullo stato della popolazione nel mondo, ha sottolineato l’importanza dell’accesso ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva e la stretta interdipendenza con la condizione economica delle donne, mostrando come i diritti e/o la negazione di questi siano tutti collegati.

Il rapporto dal titolo “Mondi a parte. Salute e diritti riproduttivi nell’epoca della disuguaglianza” ci mostra, attraverso dati aggiornati, come il divario economico a livello mondiale sia ancora alto, nonostante negli ultimi anni si sia ridotto. Miliardi di persone sono ancora immobili in fondo alla scala economica vedendosi negare diritti umani e prospettive di miglioramento: tra queste, la maggioranza sono donne e ragazze. Al vertice, risorse e privilegi si accumulano a velocità esponenziale allontanando il pianeta dalla visione di uguaglianza a cui aspirano gli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

L’accesso alla salute riproduttiva è solo una delle conseguenze delle disuguaglianze di genere esistenti. Infatti, una donna che non ha possibilità di studiare e di conseguenza avere un lavoro che garantisca un reddito, difficilmente avrà accesso ai servizi per la salute: “nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo, dove le ragazze non hanno accesso all’istruzione secondaria, il 43% delle gravidanze non è pianificato. L’accesso ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva ci permette di fare prevenzione, riducendo aborti e gravidanze indesiderate o precoci”, come ha sottolineato Mariarosa Cutillo, Chief of Strategic partnerships di Unfpa, durante la conferenza stampa di lancio del rapporto.

Le ripercussioni economiche non incidono soltanto sulle donne ma anche sui figli e le figlie, generando così una spirale discendente che coinvolge l’intera comunità di riferimento. E’ auspicabile, perciò, un approccio olistico alla questione di genere che garantisca alle ragazze la possibilità reale di autodeterminarsi, avendo accesso al credito, all’istruzione, alla salute, per poter diventare parte attiva della società in cui vivono.

Una strada alternativa – che affronti le disuguaglianze in tutte le loro dimensioni, può generare benefici significativi per la salute, lo sviluppo del capitale umano e lo sradicamento della povertà.

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