Un aumento medio mensile di circa 85 euro lordi (50 euro netti in busta paga) sullo stipendio di base di tutti i dipendenti con un bonus extra per chi guadagna di meno. Gli aumenti, però, partiranno in primavera. La pausa pranzo resta a 30 minuti. Dopo otto anni di blocco e mesi di trattative è stato firmato nella notte l’accordo per il rinnovo del contratto degli statali per il triennio 2016-2018 che riguarda i dipendenti di ministeri, agenzie fiscali ed enti pubblici non economici, ossia una platea di 247mila persone. La trattativa-fiume iniziata il 20 dicembre ha raggiunto l’obiettivo di portare a casa l’intesa tra Aran (l’Agenzia che rappresenta il governo) e sindacati entro Natale. Cgil, Cisl, Uil e Confsal hanno firmato, al contrario di Usb, Cgs e Cisal. Ad annunciarlo, con un tweet, è stata la ministra per la Pubblica Amministrazione Marianna Madia.

Di certo il contratto è destinato a fare da apripista anche per altri settori, come la scuola e la sanità.

Gli aumenti e il tetto agli straordinari
Fino all’ultimo gli occhi sono stati puntati sul meccanismo degli aumenti. L’accordo prevede aumenti retribuitivi sullo stipendio base che vanno dai 63 ai 117 euro mensili lordi a regime. A questi incrementi va aggiunto l’assegno per i livelli più bassi, che oscilla tra i 21 e 25 euro (valido per dieci mensilità) e che quindi, per l’anno prossimo, va dai circa 211 ai 258 euro a testa. In più c’è un bonus supplementare che potranno erogare le amministrazioni che possono contare su più risorse. Gli aumenti non partiranno dal primo gennaio 2018, come avevano chiesto le parti interessate, ma da marzo. Resta però coperta la platea del bonus degli 80 euro, che si aggiunge all’aumento medio di 85 euro, mentre per il nuovo comparto delle Funzioni Centrali ci saranno anche gli arretrati del 2016 e del 2017 e ripartirà la contrattazione per il trattamento accessorio. Raggiunto l’accordo anche sui tetti agli straordinari. “Avevamo chiesto di arrivare a un tetto di 180 ore – spiega a ilfattoquotidiano.it il segretario nazionale Cgil Fp Salvatore Chiaramonte – ma nell’accordo è previsto un tetto di 200, che è comunque un buon risultato, considerando che è aperta la possibilità di contrattazioni per alcune amministrazioni in situazioni particolari”.

Dalla pausa pranzo alla flessibilità
Uno dei temi su cui si è molto discusso è la riduzione del tempo minimo da dedicare alla pausa pranzo. “In realtà – aggiunge Chiaramonte – la pausa pranzo resta fissata a 30 minuti (l’ipotesi era quella di ridurla a 10), si mantiene il buono pasto (il cui valore è fissato a 7 euro) che verrà esteso anche ad altre realtà nelle quali non era previsto”. Il contratto conferma anche le 36 ore per l’orario di lavoro, introducendo una certa flessibilità, ovvero fasce di tolleranza in entrata e in uscita. “Regolate questioni importanti – spiega Fp Cgil – come la pausa esigibile, diritto delle lavoratrici e dei lavoratori”. Confermata l’esclusione del Jobs Act dal contratto, a partire dal mantenimento dell’articolo 18. Nell’accordo viene introdotto un nuovo sistema di relazioni sindacali con il ritorno della contrattazione e l’incremento dei poteri demandati alle Rsu. L’obiettivo della meritocrazia auspicato dalla ministra Madia è tutto sui premi di produttività che saranno proporzionati in base ai meriti del singolo e del suo ufficio. Una questione che si intreccia a quella della stretta sull’assenteismo. La tendenza è quella di premiare chi lavora di più a causa delle mancanze dei colleghi.

La Cgil: “Un risultato storico”
Per Serena Sorrentino, segretaria generale della Cgil Fp si tratta di “un risultato storico”. “Un contratto che da più diritti e archivia la legge-Brunetta” dice, commentando l’intesa che interessa “250mila lavoratrici e lavoratori a cui estendiamo diritti, in particolare su permessi e congedi dove introduciamo tutele importanti, sia per l’espletamento di visite, terapie ed esami diagnostici sia alle donne vittime di violenza alle quali, dopo i tre mesi di congedo previsti dalla legge, il contratto garantisce altri tre mesi di aspettativa”. Sorrentino definisce “norme di civiltà quelle che estendono i diritti civili e introducono tutele per lo stress lavoro correlato e i fenomeni di burn out”, ossia l’esaurimento emotivo e il logorio psicofisico causato dallo stress provato a lavoro. Per la segretaria sono state “mantenute le tutele previgenti a partire dall’articolo 18 e l’orario di lavoro a 36 ore” ed è stata “ridotta la precarietà”. “Più poteri – aggiunge – vengono riconosciuti alla contrattazione, soprattutto di posto di lavoro, sulla scia di quanto definito nell’accordo del 30 novembre e ci sottraiamo – sottolinea – al ricatto degli atti unilaterali ridando la titolarità alla contrattazione. Cambiano i sistemi di valutazione, scompaiono le fasce brunettiane, si amplia la partecipazione sindacale”. Soddisfatto anche Maurizio Petriccioli, segretario Cisl Fp: “Dopo 8 anni la stipula del nuovo contratto supera finalmente il blocco dei rinnovi contrattuali ripristinando, da un lato, la difesa del potere di acquisto delle retribuzioni e, dall’altro, la possibilità per il sindacato di svolgere la sua azione di autorità salariale e di tutela negoziale degli interessi collettivi delle lavoratrici e dei lavoratori”.