Una nota firmata da 21 dirigenti dei Giovani democratici per attaccare i parlamentari siciliani del Pd. Il motivo? L’elezione di Gianfranco Micciché a presidente dell’Assemblea regionale siciliana. Un’elezione che non sarebbe stata possibile senza il provvidenziale voto di alcuni consiglieri regionali di centrosinistra:  Nicola D’Agostino e Edmondo Tamajo di Sicilia Futura e,  quattro esponenti del Pd di area renzianaLa maggioranza di centrodestra, infatti, poteva contare su 35 voti, ma in due hanno votato per Fava e Tancredi, mentre Micciché è stato scelto da 39 consiglieri regionali. Tra questi, appunto, quattro esponenti del Pd.

“Proviamo vergogna per il comportamento di alcuni dei nostri parlamentari rispetto al voto per l’assegnazione della presidenza dell’Assemblea regionale siciliana. Siamo stati spettatori, vivendola con forte imbarazzo, dell’evoluzione post-voto in Sicilia. Pensavamo che la tornata elettorale avesse fornito l’occasione di una profonda riflessione sui limiti evidenziati nei cinque anni al governo. A un mese e mezzo di distanza non ci sono stati momenti seri di riflessione né valutazioni politiche che facessero autocritica sull’esito del voto”, dicono dunque i ventuno dirigenti dei Giovani democratici.

“Una parte della classe dirigente del nostro partito non ha il minimo rispetto per se stessa – aggiungono – confermando quel senso comune che vede il confronto politico tra centrodestra e M5s. Andando ben oltre il riconoscimento dell’onore delle armi, il gesto di votare il commissario di Forza Italia nonché uomo di punta del centrodestra è un atto vergognoso e privo di rispetto verso gli elettori e la storia del Pd. Votare chi ha raggiunto il consenso attraverso imputati, indagati e condannati o voltagabbana riciclati della politica che cambiano schieramento in base alla propria convenienza. A questi, se ne sono aggiunti, da ieri, altri quattro”.

La decisione dei quattro esponenti dem di votare Micciché ha scatenato nei giorni scorsi roventi polemiche ai piani alti del partito in Sicilia. “I conti si fanno in fretta, il Pd ha 11 deputati e il nostro candidato ha raccolto 7 voti: ci sono stati quattro utili idioti. Mi spiace e sono amareggiato per quello che è successo qualcuno ha voluto fare il soccorritore di un vincitore preventivo”, era stato l’attacco di Antonello Cracolici, deputato dem di lungo corso nei minuti successivi all’elezione di Micciché. Il bello è che, secondo l’edizione palermitana di Repubblica, la scelta di votare l’uomo di Silvio Berlusconi sarebbe stata concordata con i vertici nazionali del partito: addirittura ci sarebbe stata una telefonata tra lo stesso Micciché e il ministro Luca Lotti, riferimento di Totò Cardinale, ex ministro democristiano e leader di Sicilia Futura.

“Né Miccichè mi ha chiamato per offrirmi la vice presidenza, né il segretario del mio partito Fausto Raciti o altri compagni mi hanno telefonato per esprimermi il rammarico per il torto che ho subito da un pezzo del Pd che non mi ha votato, avendoci messo io la faccia”, si lamenta un altro consigliere del Pd, Nello Dipasquale, il più votato della minoranza alla terza chiama per l’elezione del presidente dell’Ars, avendo ottenuto sette preferenze, quattro in meno rispetto al numero dei componenti del gruppo parlamentare dem. Un “tradimento” del patto, sancito nel corso di una riunione, che ha fatto implodere i dem alla prima prova d’aula. “La verità – aggiunge Dipasquale – è che c’è chi accusa una parte del Pd di avere inciuci con la maggioranza non perché voleva mantenere il partito puro ma perché aveva accordi con i grillini. Mi spiace di avere messo la faccia in questa situazione, certamente non sono io il traditore”.

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