Trattative in corso con “enti pubblici” per rimediare all’imminente chiusura dei costosissimi residence dell’emergenza abitativa. Una parte degli aventi diritto finirà di nuovo nel palazzone di Tor Tre Teste di proprietà di Francesco Totti. Il Comune di Roma è a caccia di immobili a basso costo dopo il flop del bando per la realizzazione dei cosiddetto Sassat, il servizio di assistenza e sostegno socio alloggiativo temporaneo con cui il Campidoglio intendeva dare una risposta alle persone in stato di “fragilità sociale” che si trovassero senza un tetto. Con la gara pubblicata nel settembre scorso, infatti, il Dipartimento Politiche Abitative era alla ricerca di 800 immobili destinati ad accogliere una buona parte delle 1.400 famiglie ancora ospitate nei Caat (Centri assistenza alloggiativa temporanea), questi ultimi costati negli anni al comune anche 45 milioni di euro l’anno – dalla metà degli anni 2000 – a una media di circa 2000 euro al mese ad appartamento. All’apertura delle buste, tuttavia, l’unica offerta fin qui valida è stata quella della Ten Immobiliare, di proprietà dell’ormai ex capitano della Roma e di alcuni membri della sua famiglia. La Ten ha messo a disposizione i 34 alloggi dell’edificio di via Tovaglieri, nel quartiere Tor Tre Teste, che già in passato ha funzionato da residence al prezzo stellare di 900mila euro l’anno.

Al vaglio della commissione aggiudicatrice c’è anche la posizione di un’altra candidatura, quella della Moreno Estate di Ostia, che potrebbe mettere sul piatto un’altra sessantina di alloggi sul litorale, ma il Dipartimento ha chiesto ulteriori approfondimenti sull’agibilità dello stabile proposto. In totale, dunque, al massimo un centinaio di appartamenti non certo sufficienti a coprire l’esodo delle famiglie che usciranno dai residence il prossimo 28 febbraio.

Che fare allora? Fonti informali del Campidoglio confermano che l’assessore Rosalba Castiglione sta studiando una soluzione per evitare l’ennesima proroga alle strutture private. Sul piatto ci sarebbero “trattative ben avviate con enti pubblici”, fra cui alcuni istituti previdenziali, per ottenere degli alloggi a prezzi calmierati e chiudere definitivamente la stagione dei residence. E’ probabile che questa soluzione possa essere complementare all’assegnazione del bando e che alla Ten Immobiliare vadano comunque garantiti i 510.000 euro l’anno previsti per i 34 alloggi messi a disposizione, più i soldi relativi ai servizi che saranno messi a disposizione, come ad esempio la guardiania.

Le trattative in essere con gli enti pubblici restano dunque l’ultima spiaggia per evitare l’ennesimo flop. L’uscita dai residence, voluta da Ignazio Marino e iniziata dal commissario straordinario Francesco Paolo Tronca, in realtà si è concretizzata solo in minima parte. In principio, infatti, fu il buono casa, un contributo sull’affitto di 700 euro per 3 anni accolto con grande diffidenza dai proprietari di abitazioni sfitte, che temevano di non avere gli strumenti per rientrare in possesso del proprio immobile una volta terminato l’assegno comunale: su 1400 contributi “potenzialmente erogabili” nel 2015 ne sono stati assegnati 25 e nel 2016 circa 100. Completamente deserta anche la gara – molto simile a quella firmata da questa Giunta – voluta dall’ex assessora Francesca Danese, la quale poco prima della sfiducia a Marino era alla ricerca di 1020 alloggi.

Una svolta poteva darla la delibera 50/2016 approvata dal commissario Tronca, il quale prevedeva di destinare un terzo del piano della Regione Lazio (65 milioni sui 197 milioni inizialmente stanziati) all’uscita dai Caat, ma dalla Pisana finora sono arrivati solo 40 milioni, complessivi, evidentemente insufficienti allo scopo. Così la delibera commissariale è rimasta inapplicata. “Se il bando non fosse andato deserto, solo 800 famiglie sulle 1.400 attualmente ospitate dai residence avrebbero trovato posto nei nuovi alloggi”, spiega a IlFattoQuotidiano.it la signora Elisa Ferri, del coordinamento dei residence. Secondo Ferri – che fra l’altro vive in uno degli immobili della Ten – attualmente “non si conoscono i criteri con cui verranno accettate alcune famiglie piuttosto di altre. Si continua a sprecare denaro pubblico per farci vivere in dei tuguri, quando l’accesso alla casa popolare sarebbe la cosa più sensata per tutti”.