Fa audience in rete l’esibizione di ricchezza di giovanissimi rampolli che sui loro canali YouTube mostrano i loro 4 orologi che costano come un appartamento in via Montenapoleone. Masse di diseredati sbavano e covano odio contemplando le automobili sfacciatamente rifinite di questi fortunelli. Fanno invidia le ragazze spettacolari che appaiono sullo schermo, le case inconcepibili traboccanti di manufatti che costano, ognuno, quanto 10 anni di lavoro di un operaio.

Gli opinion maker benpensanti e progressisti inorridiscono, stigmatizzano, i meglio informati osservano con disgusto che oggi i 10 italiani più ricchi possiedono quanto i 6 milioni di italiani più poveri.

Neppure i più miti cristiani riescono a staccare lo sguardo ipnotizzato dai lacci d’oro che avvolgono le caviglie di una diciassettenne fasciata in un abitino di strass che costa quanto le vacanze al mare per mille bambini polacchi. Neppure i più solidali tra i volontari, sempre pronti a soccorrere alienati e invalidi, riescono a guardare al di sotto della patina di magnificenza spalmata sui visi di questi infanti e vedere il loro dolore.

Certo è vero che chi non ha nulla, chi deve fare esercizi di aritmetica per sapere se può comperare un paio di scarpe al figlio, soffre immensamente. Ma questo non vuol dire che questi ricchissimi non riescano a percepire livelli agghiaccianti di dolore. Non capisco perché così pochi umani vedano che questo sbandierare mutande griffate e vite perfette pullulano di un dolore e di un’angoscia di proporzioni galattiche.

Non riescono a vedere il male assoluto che divora quelle labbra ornate da dentature ineccepibili, lo strazio del vuoto pressurizzato che tiene quelle esistenze incatenate.
Il nulla dei sorrisi di plastica, forzati, il nulla di scoprire che hai tutto quello che tutti credono di desiderare e non te ne frega un emerito cazzo. Il povero ha la consolazione dell’idea che se avesse quel che gli manca sarebbe felice, ma quei disabili emotivi possiedono ogni superfluo e sanno quindi che possedere non ti toglie dalla bocca dell’anima il sapore di merda.
Quindi non hanno speranze. Ma l’assenza di speranze è un mostro invisibile che non lascia ferite aperte sulla pelle.

E così il dolore dei giovanissimi esibizionisti venali non viene visto e non è considerato come un’emergenza umanitaria.

Il giustizialismo giacobino impedisce di capire che la società inizia a cambiare veramente quando si concepisce un progetto capace di includere tutti.
Il mondo futuro che desideriamo è dominato dalla pace e non può esserci pace vera se essa emargina un gruppo sociale.
E questo vale anche se gli emarginati sono i ricchi.

Per questo motivo l’associazione “Un Nobel per i Disabili” ha deciso di dare vita ad un servizio di sostegno umano a queste persone colpite da stipsi spirituale, carenza di passione, fratture scomposte dello scheletro empatico. Il nostro obiettivo è quello di offrire un canale di ascolto a chi tra questi disastrati filosofici si trovasse ad avere un sentimento che avesse l’avventura di attraversargli il cervello.

Sappiamo che questa nostra iniziativa troverà molti amici dissidenti ma siamo altrettanto persuasi che potremo agire fattualmente per migliorare la condizione umana. Solo se sapremo vedere nei malati di ricchezza, come nei criminali e nei corrotti, esseri sconfitti e doloranti, bisognosi quanto tutti gli altri di aiuto e quindi degni dei nostri sforzi solidali.
Chi volesse contribuire al finanziamento di questa iniziativa umanitaria può inviare il bonifico (http://www.comitatonobeldisabili.it/index.php/sostieni-il-comitato/donazioni).

Adotta un ricco: ti costa quanto un cappuccino al giorno. Un cappuccino all’Harris Bar di Venezia.

[Attenzione: il fine è finto ma l’iniziativa a favore dei disabili è vera]