Hanno il compito di vigilare e segnalare situazioni di discriminazione di genere nel mondo del lavoro, tra cui le molestie, ma svolgere quella funzione negli ultimi anni è diventata per la maggior parte di loro quasi una missione impossibile. Sono le consigliere di parità, figure istituite tra il 1991 e il 2006 ma azzoppate da riforme che negli anni hanno tagliato fondi e indennità per l’esercizio della loro attività, lasciandole in balia degli enti pubblici a cui fanno riferimento. Non solo: da molti anni gli enti non designano nuove consigliere una volta scaduto il mandato, oppure non riconoscono loro l’indennità e spazi per lavorare

Le consigliere vengono scelte tramite bando o concorso pubblico dagli enti locali (una volta regioni e province, oggi regioni, città metropolitane ed enti territoriali di area vasta) e poi nominate dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali. Rimangono in carica quattro anni e svolgono la funzione di pubblico ufficiale con l’obbligo di segnalare all’autorità giudiziaria i reati di cui vengono a conoscenza. Secondo il decreto legislativo 198 del 2006 in Italia ci sono una consigliera nazionale di parità e consigliere per ogni regione e provincia, affiancate da un pari numero di supplenti. Devono promuovere e controllare l’attuazione dei principi di uguaglianza di opportunità e di non discriminazione tra uomini e donne sul lavoro.

Nomine e funzioni, tra proroghe e posti vacanti – Il report relativo al 2016 della consigliera nazionale di parità Francesca Bagni Cipriani dà un’idea dello stato delle cose. Anche se nel 2017 la situazione, scrive, è in netto miglioramento, “sono ancora molte le consigliere che operano in regime di ‘prorogatio’”, con conseguenze che si riflettono sull’attività stessa. Le consigliere di parità scadute a livello regionale sono 15 su 34, quelle in carica 19. A livello provinciale le consigliere nominate salgono a 198: 84 in carica e 114 scadute. In tutto, le consigliere con mandato scaduto rappresentano il 40 per cento nel nord Italia e il 60 per cento nel sud e centro Italia. Senza contare che alcuni enti non hanno provveduto a rinominare nuove consigliere anche dopo le dimissioni delle precedenti e quindi ci sono posti vacanti che non vengono riempiti. “Sulla questione delle nomine abbiamo fatto grandi passi in avanti – spiega a ilfattoquotidiano.it Bagni Cipriani – sono state rinnovate molte cariche a livello regionale e provinciale con la scelta di persone motivate e competenti. E non è una cosa scontata, visto che il ruolo è impegnativo, ma il lavoro viene svolto senza fondi né riconoscimenti pubblici”.

Se per legge infatti le consigliere devono avere un curriculum qualificato, con “competenza ed esperienza pluriennale in materia di lavoro femminile, di normative sulla parità e pari opportunità nonché di mercato del lavoro”, dall’altra parte a loro disposizione non ci sono strumenti adeguati allo svolgimento di tutte le funzioni di cui dovrebbero farsi carico. Ci sono le consulenze gratuite alle lavoratrici e ai lavoratori che ritengono di avere subìto una discriminazione di genere per l’accesso al lavoro o sul luogo di lavoro, nell’avanzamento della carriera o nel livello di retribuzione, oppure a chi ha difficoltà a conciliare il lavoro con la maternità o paternità. C’è poi la vigilanza sulla composizione delle commissioni di concorso nei bandi pubblici, delle giunte comunali e sulla situazione del personale maschile e femminile delle aziende con più di 100 dipendenti. Alla consigliera inoltre amministrazioni pubbliche e aziende private devono presentare piani di azioni positive per realizzare le pari opportunità. Funzioni fondamentali, a cui si aggiunge la stretta collaborazione con le direzioni provinciali e regionali del lavoro e con i centri per l’impiego, e poi iniziative di ricerca, la partecipazione a convegni e la realizzazione di azioni positive e di promozione.

Colpo di grazia con la legge Delrio – Fino a qualche anno fa la loro attività era finanziata attraverso un fondo vincolato che veniva ripartito tra regioni e province in base ai bacini di utenza. Ma con il tempo le risorse si sono ridotte al minimo e oggi la figura della consigliera di parità è a serio rischio. Il colpo di grazia l’ha dato nel 2014 la cosiddetta legge Delrio sul riordino delle funzioni provinciali, che pur individuando e riconoscendo il ruolo delle consigliere di parità le ha praticamente svuotate di potere, tagliando i fondi di cui prima disponevano. Con la legge 56 del 2014 il fondo nazionale vincolato è stato stralciato ed è rimasto un residuo solo per la consigliera nazionale di parità, mentre le altre colleghe sparse nelle regioni e nelle ex province d’Italia sono diventate figure senza portafoglio. Riconosciute sulla carta dalla norma, dipendono economicamente dai finanziamenti erogati dagli enti locali di riferimento, con il risultato che spesso sono costrette a lavorare con risorse praticamente azzerate. “Il problema è che le province muoiono di fame, la loro priorità per i capitoli di bilancio non è certamente l’attività della consigliera di parità – sottolinea Mariantonietta Calasso, consigliera di parità della provincia di Parma – Inoltre in questo modo si mette a rischio anche l’indipendenza della consigliera, che per svolgere la propria funzione ha bisogno delle risorse messe a disposizione da un’amministrazione che ha un determinato colore politico”.

Secondo il rapporto nazionale del 2016, solo il 42 per cento delle consigliere può ancora attingere a residui del fondo nazionale trasferiti negli anni precedenti e ancora giacenti in capitoli di spesa degli enti locali. Le altre si devono accontentare di quanto passano regioni, città metropolitane ed ex province. Da tempo le denunce di mancanze di finanziamenti emergono dai report annuali delle rappresentanti locali. La consigliera della provincia di Bologna Barbara Busi per l’attività del 2014 parla di “enormi difficoltà in cui l’ufficio versa a causa del blocco unilaterale del trasferimento di risorse da parte del ministero del Lavoro, ferme da ormai più di due anni” e di “scarsissime risorse umane e materiali disponibili”. A Piacenza la consigliera provinciale Rosarita Mannina nel report del 2016 punta il dito sui sempre maggiori tagli operati dal legislatore, mentre in Puglia la consigliera regionale Serenella Molendini racconta delle difficoltà nel 2015 con problemi connessi all’impossibilità di accedere alle risorse del proprio ufficio, che l’hanno obbligata a organizzare “iniziative formative e progettuali a titolo gratuito”.

Niente personale  né strumenti per lavorare -Le conseguenze dei tagli? Si fanno scelte sulle funzioni previste dal ruolo privilegiandone solo alcune, come per esempio la tutela contro la discriminazione delle donne e il sostegno alle vittime. Ma non sempre ciò si traduce in minori spese. Soprattutto in caso di vertenze infatti, l’assistenza legale senza soldi vincolati diventa un problema. “Le spese legali dovrebbero essere coperte dagli enti di riferimento – spiega Bagni Cipriani – ma dipende sempre dalle risorse disponibili”. Per questo la consigliera nazionale ha avviato un accordo con gli ordini forensi per il patrocinio gratuito o a prezzi calmierati per le colleghe nelle vertenze, per evitare che le consigliere siano messe nelle condizioni di pagarsi da sole le spese legali. La mancanza di risorse non è però l’unico ostacolo contro cui le rappresentanti devono combattere. Dal report nazionale sul 2016 si evince che non sempre gli enti locali, come previsto dalla normativa, mettono a disposizione delle consigliere il personale, la strumentazione e le attrezzature idonee alla loro attività. Il 10 per cento di loro dichiara di non avere a disposizione una postazione, il 5 per cento non ha un ufficio, il 16 per cento non dispone di personale.

Indennità quasi azzerate – Come se non bastasse, le indennità previste per le consigliere sono risicate nonostante l’impegno richiesto, che va dalle 30 alle 50 ore mensili a seconda che siano consigliere effettive o supplenti, di enti territoriali di area vasta, città metropolitane o regionali. Fin dalla loro istituzione per le consigliere non c’è uno stipendio, ma solo un rimborso a copertura delle mancate ore di lavoro autonomo o dipendente. Le indennità però negli anni si sono ridotte al minimo e soprattutto sono erogate a discrezione degli enti a cui le consigliere fanno riferimento: a molte non vengono riconosciute, altre la rifiutano del tutto perché non coprirebbe nemmeno il costo del parcheggio per recarsi in ufficio. La legge dice che gli enti possono riconoscere le indennità in base alla disponibilità finanziaria, ma la base massima è fissata dal Governo a cifre irrisorie: fino a poco tempo fa si parlava di 12 euro lordi mensili per le consigliere di parità provinciali, diventati poi 36 e aumentabili fino a tre volte, per un totale di 102 euro lordi mensili. Solo recentemente la consigliera di parità nazionale è riuscita a far alzare la soglia per le colleghe a 90 euro lordi mensili, incrementabili fino a 5 volte per un massimo di 450 euro lordi mensili. Anche i permessi retribuiti per il numero di ore mensili di assenza dal lavoro possono essere rimborsati alle aziende, ma solo a seconda della disponibilità finanziaria dell’ente di pertinenza. “Ormai è solo una questione di fede – commenta Alessandra Genco, consigliera di parità della regione Abruzzo – Lavoriamo nel tempo libero, usiamo le ferie per partecipare ai convegni a nostre spese, molte di noi faticano a coprire il costo del posto di lavoro. O viene riconosciuto il nostro ruolo e vengono dati strumenti per lavorare – aggiunge – oppure questo lavoro viene vanificato, mentre invece andrebbe fatto conoscere e ci dovrebbero essere dati mezzi per agire. Siamo stanche di avere un ruolo importantissimo e doverlo fare nei ritagli di tempo”.

Un ruolo ancora poco conosciuto – Anche a causa delle sempre minori risorse disponibili, l’attività delle consigliere è ancora semisconosciuta. Nel 2016 gli utenti che hanno avuto accesso al servizio sono stati 2.152, di cui l’84 per cento donne. Un numero che, anche se non attendibile perché in alcuni report non è precisato, è ancora basso rispetto al numero totale delle consigliere effettive e supplenti. “La nostra figura non è ancora conosciuta – spiega Bagni Cipriani – c’è ignoranza anche sul nostro ruolo di pubblico ufficiale. Le persone, le aziende e a volte anche le stesse amministrazioni non sanno che possono o devono rivolgersi a noi. Il mio impegno da due anni a questa parte è quello di fare rete con le altre consigliere per rafforzare la nostra identità comune e promuovere il nostro ruolo”. D’altra parte, se le richieste di intervento fossero maggiori, le risorse già risicate non sarebbero sufficienti. “Con le poche risorse che ho a disposizione – spiega la consigliera di Parma – non potrei far fronte a una mole superiore di lavoro, soprattutto per la copertura di eventuali spese legali in contenziosi.” “La consigliera di parità nel tempo è stata una figura importante che ha affiancato il lavoro dell’assessore alla Parità – conclude Fabrizia Dalcò, esperta in politiche di parità – ma non si può fare il pubblico ufficiale senza risorse. Il ruolo ora rimane sulla carta, ma nella realtà non ha più lo stesso valore di una volta”.