Come se nulla fosse mai accaduto. Come se le urne in Sicilia non avessero travolto quel che resta della sua Alternativa popolare: bocciata, fuori dall’Assemblea regionale, irrilevante pure nel vecchio feudo, con il 4,2% e appena 80mila voti “incassati”. E a rischio diaspora. Eppure, dopo il trauma nell’isola, Angelino Alfano sembra quasi vittima di rimozione freudiana: “Ap? C’è e ci sarà anche tra quattro anni“, ha provato a rivendicare il suo presidente, ostentando una sicurezza tradita dalla realtà dei numeri, dal palco dell’Hotel Marriott, nella periferia ovest di Roma. Cornice di una conferenza programmatica surreale, con quasi duemila delegati presenti, per una partito ancora senza identità precisa, a pochi mesi ormai dalla fine della legislatura. 
 
Resiste, Alfano. Rinvia quel che poteva trasformarsi in un processo interno. O, almeno, prende tempo. C’è da nascondere quel bluff svelato, allontanare la storica accusa rivolta ad Ap, “più poltrone che voti”, tornata di moda. Confidava di conservare in Sicilia i voti per la sopravvivenza politica, il verdetto è stato al contrario impietoso. E la sua linea – l’accordo con il centrosinistra di Renzi – sconfessata. Per questo ora tenta di rimuovere il fantasma della sconfitta. Tanto da accusare pure la stampa. “Colpevole”, denuncia, di trattarlo male da quando scelse di sostenere il governo Renzi: “Ha trovato buon gioco nel darci calci negli stinchi, per non dire altrove, sapendo che il Pd non si sarebbe indignato e che il centrodestra ne era contento”, ha attaccato, nelle vesti del “martire”. Oppure, a suo dire, in quelle del difensore dei diritti umani, in merito alla crisi nel Mediterraneo: “Ho salvato vite, il rischio era lasciar morire mezzo milione di persone. Non so se sia stata causa del calo di consensi. Ma lo rifarei”. Applausi dei delegati. E distanza ribadita dal centrodestra a trazione salviniana.
 
Certo, dopo il tracollo elettorale, una decisione per Ap va presa in fretta. “Abbiamo perso tempo, dovevamo costruire il partito mesi fa”, spiegano dalle fila parlamentari. Tant’è che l’ora del processo per Alfano è soltanto rinviata, alla direzione del 24 novembre. Quella decisiva sulle alleanze. Dove andare, con chi? Restare alla corte di Matteo Renzi e del centrosinistra? O provare a “tornare in ginocchio” verso Arcore – come suggerisce ad Alfano pure qualche delegato alla convention – sperando nella compassione di quel Berlusconi secondo cui il leader di Ap era sprovvisto di “quid”? Nell’attesa, Alfano quasi vaneggia: “Siamo pronti anche ad andare da soli, con i nostri valori e i nostri programmi”, è l’antipasto che prova a offrire a un partito che ribolle, per siglare una tregua con Maurizio Lupi. Missione proibitiva, quella dell’avventura solitaria, sondaggi (e voti) alla mano. Ma è questa la linea del neo-coordinatore, che evoca la strada dell’autonomia politica. L’obiettivo? Staccarsi dall’abbraccio renziano e provare a riportare Ap verso la famiglia popolare. Accanto a lui, quell’ala nordista, ancora filo-berlusconiana (Formigoni su tutti) che di “morire renziana” non ne ha più alcuna voglia. 
 
Tornare verso Forza Italia non è però una linea che Alfano vuol prendere in considerazione. Anche perché pure da Fi i veti verso Alfano sono confermati. Non è un caso che a Berlusconi il ministro degli Esteri lanci diverse stoccate: “Non prendiamo lezioni, non abbiamo mai tradito. Lo provano la nascita del governo Monti, Letta e del patto del Nazareno. Dal 2011 c’è stata piena collaborazione di Berlusconi con la sinistra. E tra cinque mesi sarà lui sulla posizione in cui ci troviamo noi ora”, ha avvertito Alfano. E ancora: “Se non siamo più Ncd e ci siamo chiamati Alternativa Popolare è perché abbiamo deciso di non avere nulla a che fare con una certa destra”. Altra distanza marcata da Salvini, l’alleato – seppur a giorni e umori alterni – del leader azzurro. Con Alfano, nonostante il flop elettorale, resta gran parte del gruppo di vertice di Ap: dalla ministra Lorenzin a Cicchitto, fino a Pizzolante, Castiglione, Bianconi. Un’area che punta a restare nel centrosinistra. E, magari, a strappare qualche collegio considerato sicuro o quasi. “Non c’è altra scelta che proseguire nella strada di questi anni di governo. Ma dobbiamo chiarire subito chi siamo”, spiega D’Ascola. “Io nel centrodestra non ci torno“, certifica invece Cicchitto. E c’è chi evoca l’idea di un possibile accordo in vista delle politiche con “Forza Europa“, la lista in costruzione con protagonista Benedetto Della Vedova e il mondo radicale, dopo i richiami europeisti alfaniani. 
 
Quel che è certo resta, dentro Ap, l’obiettivo minimo. Da non fallire. Ma che sembra essere diventato una chimera. Una scalata, al di là della sicurezza ostentata dai vertici: il 3%, la soglia del Rosatellum, quota minima per sopravvivere. Almeno un milione e oltre di voti, per non sparire dal prossimo Parlamento. “Questa sfida l’abbiamo superata più volte”, ribadisce Lupi. Diversi militanti sono con lui. C’è chi azzarda indicandolo pure come prossimo leader, anche se simbolico, al posto di Alfano: “Io, volto del rinnovamento? Non scherziamo”, ammette e scherza lui, parlamentare e dirigente di lungo corso. Ma è proprio Lupi a vestire quasi i panni del “garante” tra le anime del partito, frenando per il momento le uscite verso destra. Così come tocca a lui la conclusione “politica” della kermesse, tra minacce a Gentiloni (“Non voteremo la legge di bilancio se non verrà reintrodotto il bonus bebè”) e al Pd sullo Ius soli (“Se lo scordi, non voteremo la fiducia”). Rivendica: “Il governo è finito e non c’è alcuna alleanza scontata per andare avanti”. Parole e sicurezze che, però, si scontrano con i numeri in caduta libera di Ap. Ma è questa l’unica ossessione: rientrare in Parlamento. Poi, chissà. Aspettando le prossime larghe intese