Per nidimense scolastiche tariffe, aumenti e posti cambiano di regione in regione, di città in città. Una famiglia molisana per mandare il proprio figlio all’asilo spende 167 euro al mese mentre una ligure 381 euro; le rette a Taranto sono aumentate in tre anni di un minino di 0,4% mentre a Chieti del 50,2%. Il 65% delle strutture si trova in Lazio, Lombardia, Emilia e Toscana. Un servizio che non ha ancora aperto le porte ai bambini disabili e a quelli stranieri visto che la media dei bambini diversamente abili frequentanti si ferma all’1,2% e quella degli stranieri al 15%. La musica non cambia per quanto riguarda le mense. L’Emilia-Romagna resta la più cara con una spesa annua di 937 euro per famiglia contro i 564 della Sardegna che riesce a far risparmiare un po’ di soldi ai genitori. I dati sono contenuti nel rapporto di “Cittadinanzattiva” che stamattina a Roma nell’istituto dell’Enciclopedia italiana è stato presentato sui “Servizi in …Comune”.

L’indagine di “Cittadinanzattiva”
L’indagine sugli asili nido comunali è stata condotta su tutti i capoluoghi di provincia italiani considerando una famiglia tipo composta da tre persone con un reddito lordo di 44.200 euro corrispondente ad un ISEE di 19.900 euro. La rilevazione si è concentrata sulle tariffe a tempo pieno, ove esistente, con frequenza per cinque giorni a settimana. “L’auspicio è – ha spiegato Adriana Bizzari, responsabile scuola di “Cittadinanzattiva” – che questi servizi possano essere estesi a tutte le Regioni e i Comuni del Paese, particolarmente a quelli del Centro-Sud, speriamo possano diventare progressivamente servizi pubblici essenziali e ne sia garantito l’accesso gratuito ai minori in condizioni di povertà”.

Quanto spende questa famiglia? Dipende da dove vivi. Se la spesa media in Italia è di 301 euro al mese guardando alla classifica delle regioni si nota che al Nord si registrano le rette più elevate (350 in Veneto; 398 in Valle d’Aosta; 472 in Trentino; 349 in Piemonte) mentre al Sud calano (197 in Sicilia; 212 in Puglia; 213 in Sardegna). Tra le città che applicano le rette più economiche si collocano al primo posto Catanzaro e Agrigento con una tariffa di 100 euro mentre la maglia nera va a Lecco e Bolzano che superano i 500 euro.

Incrementi, numeri di posti e liste d’attesa
Sul fronte incrementi Dal 2014/2015 al 2017/2018 i comuni non sono rimasti fermi. Anzi. Hanno preso la calcolatrice e a colpi di delibere hanno aumentato le tariffe anche del 50,2% come a Chieti o del 33,4% a Roma così anche a Venezia dove si registra un +24,9%. Maglia rosa invece a Taranto e Piacenza dove la spesa è aumentata rispettivamente di 0,4% e dello 0,6%. Sul fronte del numero dei posti  l’indagine di “Cittadinanzattiva” su 110 capoluoghi di provincia ci riporta un totale di 2.078 strutture che garantiscono 83.135 posti: il 50% di questi è gestito direttamente dai Comuni mentre il 12,5% è dato in gestione a cooperative o associazioni. Infine il 37,5% è nelle mani di privati che svolgono il servizio in convenzione. Purtroppo ancora una volta l’Italia è divisa in due: nei capoluoghi del Nord è concentrato il 51% delle strutture, segue il Centro con il 37% mentre il Sud si ferma al 12%. La Regione con il maggior numero di nidi gestiti dai privati è la Basilicata (57) mentre quella con il più alto numero di strutture date in gestione è la Calabria (70) seguita dalla Valle d’Aosta (67). Dati che vanno letti insieme ad una altro quadro: quello delle liste d’attesa che dal 2013 al 2015 aumentano dal 20 al 26% nonostante il numero delle domande abbia subito una diminuzione del 70% a causa delle dimissione dal lavoro di circa 30mila donne a causa della difficoltà a conciliare occupazione e figli. Su questo punto “Cittadinanzattiva” si è soffermata andando ad esaminare i motivi delle dimissioni attraverso l’Ispettorato del Lavoro. Il 23,8% dal momento che non aveva supporti famigliari ha dovuto rinunciare al lavoro ma il 20,6%, oltre 6mila donne,  lo ha fatto perché il bambino non è stato accolto al nido e il 4,9% ha ammesso che i costi del servizio erano troppo alti.

Mense tra gestione privata e pubblica
“Cittadinanzattiva” ha preso in esame 78 realtà di 12 regioni diverse prendendo come punto di riferimento, per quanto riguarda le tariffe, la stessa famiglia media usata per inquadrare la situazione dei nidi. Va subito detto che solo l’1% è gestito da un’azienda municipalizzata. Il 26% affida il tutto ad un’impresa privata e il 24% punta ad una gestione in economia. In media la citata famiglia spende 720 euro all’anno ma tutto cambia se vivi al Nord o al Sud e se hai un figlio alla scuola dell’infanzia o alla primaria. Se per i genitori del Settentrione mandare il bambino in mensa alla scuola dell’infanzia costa 817 euro, gli stessi pagano 845 se hanno un figlio alla primaria. In ogni caso al Sud non si spendono più di 635 euro. Al top nella classifica delle città più economiche si qualifica Barletta con 288 euro mentre la più costosa è Livorno che arriva persino a 1.152 euro. Interessante la metodologia usata da “Cittadinanzattiva” per fare una fotografia della qualità percepita.

Il report in questo caso ha tenuto in considerazione le risposte a cinque questionari somministrati a 372 bambini della primaria e media ma anche a 96 docenti, 124 genitori e 35 rappresentanti delle Commissioni mensa. I ragazzi promuovono la pulizia delle mense ma il 56% ritiene che i locali siano troppo rumorosi, per nulla allegri e accoglienti (37%). Certo sicuri e spaziosi ma secondo il 51% con arredi per nulla confortevoli. I cibi più amati dai bambini sono i dolci, la pizza ma anche il pane (al quarto posto nella classifica) e la frutta (58%). Tra i meno graditi verdure cotte, minestre di verdura ma anche il pesce (54%).

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