Il Veneto centra il quorum, con una affluenza complessiva vicina al 60%, in Lombardia si prevede di “arrivare al 40%” ma è polemica per il ritardo dei dati. La Regione di Luca Zaia festeggia il primo traguardo raggiunto con la richiesta di sedersi subito al tavolo con il governo per “incassare i 9 decimi delle tasse versate”. I lombardi arrancano tra urne semideserte e ritardi nel comunicare i numeri. Alle 19 infatti era noto solo il dato (parziale) del Veneto, dove, stando all’aggiornamento in tempo reale del sito dedicato, si era ormai oltre il 50 per cento dei votanti.

Dalla Regione guidata dal leghista Roberto Maroni, invece, per avere il dato si è dovuto aspettare l’annuncio dell’assessore Gianni Fava, un’ora più tardi. In un primo momento era stato istituita una pagina apposita sul sito della Regione che però, per alcune ore nel pomeriggio non è stata accessibile.

Stessa scena 4 ore più tardi: solo dopo mezzanotte il governatore Maroni ha dichiarato una proiezione di affluenza intorno al 40%, mentre i colleghi veneti erano già passati allo scrutinio. “Gli elettori lombardi non possono essere presi in giro così per un referendum costato il triplo di quello veneto”, ha detto il segretario Pd locale Alessandro Alfieri.

Qualche complicazione, in realtà, c’è stata anche per il governatore Zaia. Lui stesso, in tarda serata e urne chiuse, ha denunciato il tentativo di intrusione hacker nei servizi di rilevamento del voto. “Sono stati violati due livelli di sicurezza su tre”, ha spiegato. Eppure, i problemi più grossi sono stati a Milano, dove per la prima volta si sperimentava  il voto elettronico (e non era previsto quorum).

In entrambi i casi il risultato servirà per i governatori come strumento di pressione per andare a negoziare maggiore indipendenza da Roma e un allargamento delle competenze regionali. In generale si tratta di un banco di prova per chi ha fatto del referendum un’occasione di campagna elettorale anche in vista delle elezioni politiche della prossima primavera.

A fornire i dati di affluenza sono, rispettivamente, la Regione Lombardia e l’Osservatorio elettorale regionale del Veneto. L’obiettivo annunciato da Maroni in questi giorni è quello di superare la soglia del 34 per cento dei votanti, mentre in Veneto occorreva raggiungere un quorum del 50 per cento più uno degli aventi diritto perché la consultazione fosse ritenuta valida. I lombardi per la prima volta in Italia sono alle prese con il voto elettronico tramite 24.700 tablet. Costo totale circa 50 milioni di euro, mentre quello della consultazione veneta è di 16 milioni.

Video di Alessandro Sarcinelli

Lombardia al voto sui tablet
In Lombardia gli aventi diritto al voto sono oltre 7,8 milioni e 1.523 i Comuni coinvolti per 3.263 edifici sede di voto e 9.224 sezioni elettorali. A differenza che in Veneto, non è previsto alcun quorum, ma in ogni caso il dato dell’affluenza sarà indicativo per poter dare un maggiore o minore peso al risultato finale. Sulle schede elettroniche appare il seguente quesito: “Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?”. Le competenze che possono essere richieste in fase di trattativa vanno dalla tutela della salute alla ricerca, dall’ambiente all’istruzione, dalla sicurezza del lavoro alla protezione civile, fino al coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario.

In Lombardia nel corso della giornata ci sono state molte polemiche, soprattutto sullo svolgimento del voto e sul ritardo dell’arrivo dei risultati. “In Veneto alle 12.30 si sapeva il dato ufficiale di affluenza”, ha detto il segretario dem Alessandro Alfieri. “In Lombardia sono servite più di due ore e non c’è ancora ufficialità. Pare si sia intorno all’11%. Pare… Preoccupa il numero di anomalie che si ripetono da ieri”. Ma non solo. Alfieri ha parlato anche di lamentele e disagi logistici: “Stiamo ricevendo in queste ore troppe segnalazioni di problemi ai seggi, sia tecnici che logistici”. Secondo Alfieri, “al di là di quello che ognuno farà domani, è necessario garantire che il voto si possa svolgere in modo regolare. Non si può scaricare sui sindaci e i comuni, che in queste ore stanno riscontrando enormi difficoltà, l’onere della gestione della consultazione. Maroni si attivi subito altrimenti siamo a rischio”.

La consultazione si svolge appunto per la prima volta in Italia con modalità di voto elettronico, con 24.700 tablet. Per cominciare le operazioni di voto bisogna toccare il pulsante ‘Inizia‘ sullo schermo, in modo da far apparire la schermata con il quesito referendario. Sotto il quesito ci sono le tre opzioni di risposta: Sì, No e Scheda bianca. Poi la votazione può essere confermata o modificata una sola volta. I dati raccolti sui dispositivi saranno riversati dai tecnici nelle memorie usb nel sistema predisposto da Regione Lombardia. Si vota nel seggio indicato sulla propria tessera elettorale, documento che però non è necessario avere con sé. Per esprimersi basta presentare al seggio un documento d’identità valido. Solo per l’acquisto dei tablet e dei software la Regione ha speso 23 milioni. Altri 24 servono per pagare gli scrutatori e garantire il resto delle operazioni, mentre altri 1,6 milioni di euro sono stati spesi per la campagna elettorale.

L’equivoco dei residui fiscali –  I due presidenti leghisti, nel sollecitare i cittadini ad andare a votare, hanno puntato sul tasto dei residui fiscali, cioè la differenza tra tasse pagate dai cittadini di una Regione e spese della pubblica amministrazione per quel territorio. Ma va ricordato che se le competenze dello Stato centrale passeranno alla Regione, l’ente dovrà provvedere da sé a coprire le uscite relative a quei capitoli. “Non si pagheranno meno tasse, cambia solo chi gestisce le materie aggiuntive”, chiarisce in un’intervista a La Stampa Paolo Balduzzi, docente di Scienza delle finanze alla Cattolica. Al massimo “forse ci sarà una migliore qualità della spesa”.