Sono almeno tre i cementifici italiani che hanno riutilizzato le ceneri della centrale Enel di Brindisi, finita al centro di un’inchiesta della Dda di Lecce per traffico illecito di rifiuti. Non solo la Cementir di Taranto, ma anche la Colacem di Galatina, in Salento, e l’Italcementi di Matera. E, come spiega la stessa azienda elettrica a ilfattoquotidiano.it, le polveri sono state vendute anche fuori dall’Italia. Gli oltre 2,5 milioni di tonnellate di ceneri provenienti anche dalla combustione di olio denso e gasolio secondo la procura salentina che indaga su 31 manager di Enel, Cementir e Ilva – avrebbero dovuto essere smaltiti perché “contaminati da sostanze pericolose” come nichel, vanadio e ammoniaca: erano un rifiuto e non potevano essere utilizzate per la produzione di cemento. Sarebbero invece state mescolate con quelle di carbone e cedute a Cementir, fino a poche settimane fa di proprietà del Gruppo Caltagirone, all’estero e ad almeno altre due società che, è bene chiarirlo, al momento sono estranee alle indagini. Tutto regolare, sostiene l’azienda elettrica, ribadendo di aver trattato le ceneri “secondo standard certificati, in conformità alla normativa vigente”.

Alla Colacem quasi 100mila tonnellate ogni anno – L’impianto di Colacem, fermo da un paio mesi e in attesa del rinnovo dell’Autorizzazione integrata ambientale, ha utilizzato i residui della combustione per due anni: dalla centrale Enel sono arrivate 78mila tonnellate nel 2015 e 116mila tonnellate nel 2016, come risulta dai Mud – i modelli unici dei rifiuti – forniti alla Camera di commercio. A renderlo noto sono stati i sindaci di Corigliano e Zollino, due paesi vicini al cementificio, invitando Arpa Puglia, Regione, Provincia e la procura di Lecce ad “effettuare con la dovuta urgenza tutti i controlli del caso presso lo stabilimento – hanno scritto i primi cittadini, Dina Manti e Antonio Chiga – e di intraprendere, anche in via cautelativa, le opportune misure per impedire che si possano provocare danni ancora più gravi alla salute pubblica e all’ambiente”.

Il timore dei pm: “Quel cemento può perdere resistenza” – Danni che, come riferito dal procuratore capo di Lecce Leonardo Leone De Castris, non sono comunque stati accertati nel corso dell’indagine. Infatti, oltre all’indebito profitto di Enel, derivante dal mancato smaltimento delle ceneri di olio combustibile denso e gasolio che avrebbe fruttato oltre mezzo miliardo di euro tra il 2011 e il 2016, i pm Alessio Coccioli e Lanfranco Marazia nella richiesta di sequestro degli impianti non contestano reati legati alla salute pubblica, ma avanzano dubbi sulla qualità del cemento prodotto con quel tipo di ceneri. La presenza dell’azoto ammoniacale, infatti, influisce “sulla qualità e sulla composizione del prodotto finale, privando il cemento così ottenuto di alcune caratteristiche chimico-fisiche coessenziali alle sue funzioni in impiego in campo civile e industriale“, scrivono i magistrati. I rischi – riporta nell’ordinanza di sequestro degli impianti il gip del Tribunale di Lecce, Antonia Martalò – sarebbero la “decalcificazione del calcestruzzo” e la “perdita di resistenza meccanica”.

Italcementi: “Limitate quantità da ottobre 2016” – Come conferma Italcementi a ilfattoquotidiano.it, le ceneri di Enel sono state utilizzate nell’impianto di Matera “da ottobre 2016” in “limitata quantità”. Cosa intenda la società con “limitata quantità” è impossibile saperlo, perché la visura pubblica dei Mud mostra solo le quantità di ceneri giunte in ogni stabilimento, ma non la provenienza. Le istituzioni, compresa Arpa Basilicata, possono però avere accesso a visure più specifiche nelle quali sono riportate le quantità di rifiuti e sottoprodotti acquistati da ogni singola azienda.

“Dal sequestro stop all’utilizzo di quelle ceneri” – “Le ceneri sono normalmente utilizzate nell’industria mondiale del cemento”, specifica poi Italcementi sottolineando di averle impiegate “in conformità e nel rispetto di tutte le normative in materia”. Che prevedono, come aveva raccontato ilfatto.it, la possibilità di usare quelle provenienti dalla combustione del carbone, ma non quel che resta di olio combustibile denso e gasolio. La procura di Lecce sostiene invece che Enel abbia mescolato le tre tipologie di ceneri per evitare di smaltire le ultime due. Secondo Italcementi, che fa sapere di non aver più utilizzato quelle polveri dal giorno del sequestro della centrale di Brindisi, “la stessa Enel, con apposite certificazioni, ha provveduto ad attestarne la piena conformità alla normativa vigente, alle autorizzazioni ambientali e ai più alti standard di sostenibilità del mercato internazionale”.

Enel: “Rispettata la legge” – Del resto, questa è la linea tenuta dall’azienda elettrica fin dal giorno del sequestro con facoltà d’uso di Cerano: “Le ceneri – conferma Enel, contattata da ilfattoquotidiano.it – prima del provvedimento di sequestro venivano cedute in ottemperanza alla vigente normativa ambientale per la produzione di cemento a diversi soggetti, in Italia e all’estero, tra i quali anche Cementir e Colacem”. Poi ribadisce le “complessità gestionali e logistiche” nel rispettare le prescrizioni imposte dalla procura di Lecce: al momento, come concordato con il giudice, vengono utilizzate delle vasche interne alla centrale per lo stoccaggio. Soluzioni, afferma Enel, “dirette a gestire questa prima fase riducendo i rischi per il sistema elettrico in particolare nel Sud Italia”, ma che rendono comunque “complessa” la situazione per far fronte alle “modalità di smaltimento previste nel provvedimento di sequestro”, dovute anche “alle complessità relative alla capacità ricettiva dei siti di smaltimento in Italia”.