di Eugenio D’Auria

Il rilievo attribuito dagli organi di informazione al discorso del Presidente Donald Trump in occasione della sua prima apparizione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite non ha avuto una lunga durata: dopo aver constatato che al di là delle minacce alla Corea del Nord ed all’Iran il leader del super impero statunitense aveva formulato considerazioni non particolarmente innovative, mirate al rilancio di una politica estera basata sull’interesse nazionale, l’attenzione del sistema mediatico – e quindi delle opinioni pubbliche – verso l’approccio di Trump è infatti rapidamente scemata.

La linea multilateralista osservata da Barack Obama ha così lasciato il posto alla consolidata impostazione di Washington, in particolare degli esponenti repubblicani, per la ricerca di un equilibrio determinato dal confronto fra Stati. Il messaggio lanciato da Trump al mondo dal podio della massima assise dell’ordine mondiale è stato infatti caratterizzato da una visione dei rapporti internazionali che individua negli interessi nazionali la base intorno alla quale le potenze sovrane provano a concludere patti tra loro.

Quanti avevano temuto che Trump cogliesse l’occasione del suo primo intervento alle Nazioni Unite per uno show destinato a porre in evidenza la determinazione degli Stati Uniti dell’era post-obamiana a far prevalere la propria visione anche con il ricorso all’uso della forza hanno così avuto modo di tirare un respiro di sollievo; coloro che invece ritengono che soltanto nell’anfiteatro dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite possono essere concepite le grandi linee della coesistenza pacifica sono rimasti profondamente delusi.

L’inno al nazionalismo intonato dal Presidente statunitense (“la Nazione rappresenta lo strumento migliore per  consentire agli esseri umani di elevarsi”) vede infatti nel risveglio delle nazioni e nell’esercizio dei loro poteri sovrani un positivo sviluppo per i rapporti mondiali; non sono pochi invece gli osservatori che vedono proprio in tali fermenti un ritorno al passato e seri pericoli per la stabilità e la pace nel mondo.

Il confronto fra gli interessi nazionali basati sul concetto di “America first” (e quindi su Russia first, China first e così via) presenta continui rischi di esplosione in assenza di una “stanza di compensazione” all’interno della quale è possibile la ricerca di un compromesso; ma al momento l’unico strumento disponibile rimane appunto la vecchia e sempre più appesantita macchina uscita nel 1945 dagli incontri di San Francisco che portarono alla nascita delle Nazioni Unite.

In un mondo, quale è quello attuale, caratterizzato da una sempre più profonda interdipendenza fra gli Stati in tutti i settori, vi sono crescenti sfide per la diplomazia, chiamata a rinnovarsi anche per la spinta originata dalle comunicazioni di massa. Gli Stati sovrani sono infatti confrontati all’esigenza di individuare modelli di convivenza basati su sempre più numerosi patti multilaterali più che bilaterali, capaci di far convergere le sovranità nazionali verso interessi condivisi. Il caso delle intese sul clima è emblematico al riguardo.

L’impostazione di Trump è contraria alle istituzioni multilaterali perché ritiene che in tali sedi non vengano tutelati adeguatamente gli interessi nazionali; si tratta di una sorta di miopia che non consente a quanti ne sono affetti di vedere come le onde lunghe della storia richiedano di sacrificare parte degli interessi immediati per ottenere benefici maggiori in seguito. In un tale contesto va quindi dato atto a molti leader europei, fra i quali il nostro Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, di aver sottolineato a New York nei loro interventi l’esigenza di rafforzare il più possibile l’impianto multilaterale.

E’ in questa ottica che molti centri di studio ed opinione del vecchio continente continuano a valutare diverse opzioni per ravvivare la riflessione su una riforma dell’Organizzazione delle Nazioni Unite capace di rendere più efficace l’azione di un organismo sempre più bloccato da impostazioni e procedure che riflettono i rapporti di forza emersi dalla seconda guerra mondiale, oltre settanta anni or sono.

Il compito può apparire impossibile in considerazione della difficoltà di ottenere da alcuni degli attori chiamati a ridimensionare il proprio ruolo per far posto alle nuove realtà emerse negli ultimi decenni il consenso verso un nuovo assetto; anche in questo caso peraltro si può richiamare il principio degli effetti benefici di una rinuncia oggi a favore di un migliore risultato domani.

Il richiamo delle appena concluse commemorazioni per i 500 anni dalla pubblicazione del massimo testo sull’Utopia può fungere da detonatore per “un’esplosione di idee” mirate ad affrontare un problema che diviene sempre più urgente e dalla cui soluzione dipende il futuro della convivenza pacifica sul pianeta?

E la conclamata “morte della diplomazia” può stimolare uno sforzo in direzione di politiche estere meno dipendenti da ottiche che rispondono ad esigenza di politica interna, privilegiando invece i grandi ideali che l’odierna situazione del globo ci pone di fronte: sostenibile utilizzo delle risorse, contrasto alle crescenti diseguaglianze e prevenzione dei conflitti (solo per citare i più rilevanti)?

*Già ambasciatore in Arabia Saudita

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