Mentre nessuno lo vedeva, il David s’è ribellato. Ha allungato una mano e ha dato una spintarella all’ospite indesiderato, una delle discusse e discutibili statue di Urs Fischer in piazza della Signoria a Firenze, facendola cadere. E zitti zitti, Giuditta e Oloferne, lì a due passi, hanno fatto finta di nulla e si sono girati dall’altra parte.

Non è certo questo il motivo per cui, ieri sera, la creazione che ritrae il curatore della mostra, il segretario generale della Biennale dell’Antiquariato Fabrizio Moretti, è crollata miseramente. Ma voglio immaginare che sia andata così, che sia stata la vendetta del bello verso un’opera la cui stabilità, a conti fatti, lasciava molto a desiderare. Ironia a parte, la caduta non solo ha spaventato i turisti che si trovavano lì davanti, ma ha evidenziato, soprattutto, un aspetto: la scarsa sicurezza.

Dopo la paura, comunque sia, alcuni hanno tirato un sospiro di sollievo. Perché l’opera in cera che svettava accanto alla copia del capolavoro di Michelangelo, sull’arengario di Palazzo Vecchio, non era piaciuta granché. Anzi, a molti fiorentini – me compresa – non era piaciuta affatto.

Chi l’ha detto che “l’arte è arte e non si discute”? Anche i gusti sono gusti. E, per i miei, la scelta del luogo è stata del tutto inappropriata. Con tutti i posti che ci sono – veniva da pensare passando dal centro – questi “cosi” dovevano finire proprio a due passi dall’immagine del David, accanto alla Fontana di Nettuno, alla Loggia dei Lanzi? Non creavano neanche il contrasto tra classico e ultramoderno che piace tanto a certi “espositori”. Ma perché piace? A volte non piace, serve. Serve per giustificare statue inadatte in location che aiutano a “valorizzare” l’opera e ad aumentare le quotazioni degli artisti.

Torniamo a Firenze. Perché tra le critiche mosse alle installazioni di Fischer, voglio ricordare il giudizio durissimo del critico d’arte Philippe Daverio su “Big Clay”, la mastodontica scultura di metallo alta 12 metri definita, con termini bel più volgari, “un’enorme deiezione”. Philip Daverio pochi giorni fa aveva definito l’opera “adatta a una discarica”. Un’affermazione, questa, che ha scatenato le ire del segretario della Biennale Internazionale di Firenze Moretti, che con un affondo su La Nazione di Firenze, andando sul piano personale, ha attaccato il critico e “le sue risposte” che sembravano date da “una vecchia zitella invidiosa e poco informata”.

Forse però, da una parte e dall’altra, più che definire le critiche dure, visti i toni usati, dovremmo definirle basse. Critiche basse su opere brutte. E una città come Firenze non se le merita.

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