Sono andato al Museo ebraico di Berlino, realizzato dall’architetto americano Daniel Libeskind. Geniale la sua planimetria spezzata in cui riesce a racchiudere duemila anni di storia ebraico-tedesca attraverso esposizioni temporanee che si alternano alla collezione permanente, innervata anno dopo anno. Lo scopo era dare ad un’istituzione dedicata alla storia locale una valenza nazionale, assumendosi il compito di presentare la storia e la cultura dell’ebraismo tedesco. Una missione complessa, difficile. E coraggiosa, di questi tempi in cui rigurgiti di neonazismo, antisemitismo e negazionismo scuotono il mondo politico tedesco. Libeskind c’è riuscito tecnicamente e ideologicamente. Ma non immaginava che saremmo stati costretti a parlare di un nuovo pericolo all’orizzonte. Non basta più ricordare e apprendere. Bisogna di nuovo mobilitarsi. Come scrive il giornale Der Tagesspiegel, “vittoria amara per la Merkel, non c’è proprio nulla da festeggiare”. Per la prima volta, infatti, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ci sarà un gruppo dell’estrema destra radicale con ampie connotazioni xenofobe, neonaziste e antisemite che piglierà posto nel Bundestag.

Davanti al museo ci sono sei poliziotti. La sorveglianza è aumentata. Il successo dell’Alternative für Deutschland pone grosse questioni non soltanto etiche e politiche ma anche logistiche. Ormai, commenta la taz.die tageszeitung, “i razzisti sono dentro”, sottinteso, alle istituzioni. In Sassonia, uno dei sedici länder federali (3,3 milioni di abitanti), l’Afd ha vinto, sia pure d’un soffio, con il 27%, davanti alla Cdu merkeliana che ha ottenuto il 26,9% (terza Die Linke, la sinistra estrema, con il 16,1 per cento). Nei territori che furono quelli della defunta Repubblica Democratica tedesca, la reproba Ddr, un elettore su cinque ha votato per l’Afd. Insomma, il Muro della rabbia al posto di quello della Cortina di Ferro. Il cittadino incazzato e deluso, incurante della pessima reputazione, delle teste rasate, dei neonazisti che infiammano gli spalti degli stadi, nell’urna ha scelto l’Afd. Che, col 12,6 per cento, è diventata la terza forza parlamentare.

Sono 94 deputati. Guarda caso, la Cdu e l’Spd ne hanno persi 105. Sono ospiti non graditi nel palazzo del Reichstag, questi deputati pronti a dar battaglia ogni giorno, ma loro, hanno subito detto, se ne fregano. Sfrutteranno il Parlamento per fare opposizione costante. I loro voti sono arrivati da più direzioni. Un milione, dalla Cdu stessa. Molti persino dai Die Linke: “Non immaginavamo un tale risultato”, ha dichiarato trionfante Alice Weidel, l’economista che è la figura di punta del partito, “chi ci ha votato vuole che noi siamo i cani da guardia del governo”.

Sull’Afd, concordano gli analisti tedeschi, si sono catalizzati sentimenti diversi: la paura (stranieri, integrazione, impoverimento), l’orgoglio patriottico, e questo è un rivolo che può diventare torrente impetuoso. In tedesco esiste la parola heimat, per dire patria ma anche tanto altro. E‘ la patria intesa come terra d’origine, e di residenza di un popolo. Dunque, il fondamento dell’identità. L’Afd e la galassia dei gruppuscoli estremisti che le gravitano attorno ha forzato il senso identitario dei tedeschi orientali, i più “tedeschi dei tedeschi”, e poi dei tedeschi in genere. Se Donald Trump può permettersi di invocare “America First!”, oggi possiamo non più vergognarci di dire di nuovo Deutschland über alles.

La deriva è nota. Basta con il nostro popolo “colpevolizzato” per il nazismo e i lager. Quanto all’Olocausto, non è sicuro che sia stato quello che la propaganda degli Alleati ed Israele hanno montato… Del resto, nella visita al museo, c’è uno spazio dedicato al famoso processo di Francoforte – anni Sessanta e Settanta – contro gli aguzzini e i criminali di guerra che si è concluso con qualche pena lieve e molte assoluzioni, ma soprattutto con il fastidio della gente che voleva rimuovere la memoria, e l’onta. Prima finisce meglio è, dicevano del processo.

L’Afd ha occupato lo spazio vuoto lasciato dai grandi partiti che pensavano ai massimi sistemi (economici e geopolitici) ma non alle problematiche quotidiane di studenti, operai, pensionati, disoccupati, di lavoratori precari. L’estrema destra è penetrata nella zona oscura della prima economia europea, dove l’attività atipica evolve a margine del salariato classico. L’attivismo, il presenzialismo e la capillarità delle iniziative hanno premiato. Con la scusa di stare dalla parte di chi è “invisibile”, della gente che è stata triturata dalla globalizzazione, dal mondialismo e dai burosauri di Bruxelles, l’Afd ha messo in crisi i grandi partiti tradizionali, incapaci di ascoltare e soddisfare le istanze delle classi e dei gruppi sociali più sfavoriti. Ma ha anche catalizzato un conservatorismo e un campanilismo che ha per bersaglio chi non fa parte della comunità.

Come è successo in Turingia, uno dei land più piccoli che si trova nella Germania centrale, ed era nella Ddr, confinante con la Sassonia. Lì c’è Themar, una cittadina che sfiora 3mila anime. Rathaus, il municipio, settecentesco. La chiesa tardogotica di san Bartolomeo. Le mura antiche. E alcune “pietre d’inciampo” che nel novembre del 2015 sono state dedicare dal municipio ai concittadini di origine ebraica vittime dei nazisti. Il 15 luglio il tranquillo paesino si trasforma. Per via di un festival musicale organizzato dall’estrema destra. Si chiama Rock gegen Überfremdung. Cioè Rock contro i troppi stranieri presenti. Il festival è la chicca di un raduno dei neonazisti locali. Per due giorni, Themar rimane ostaggio di 6mila estremisti e dei poliziotti. Il borgomastro si giustifica, appigliandosi alle norme: il concerto era tutelato dal diritto di riunione e associazione. Il governatore del Land, Bobo Ramelow (Die Linke), ha persino detto che in futuro si potrebbe limitare tale diritto, per evitare raduni neonazisti.

Parole al vento. Il 29 luglio, in cartellone, e sempre a Themar, c’era Rock fur Identität. Il Rock per l’identità.
Per la cronaca, in Turingia la Cdu ha preso il 28,8%, l’Afd il 22,7, Die Linke il 16,9.

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