Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti”. E ancora: “L’Inghilterra esce dall’Unione Europea”. Il 2016 è stato l’anno delle notizie-shock, in Europa e oltreoceano. Ma davvero questi eventi erano così imprevedibili? E che ruolo ha giocato il mondo dell’informazione? Un tema vastissimo, che fa discutere i sociologi e infiamma l’opinione pubblica. Gabriele Cosentino, docente di comunicazione politica a Beirut, ha tirato le fila del discorso nel libro L’era della post-verità – Media e populismi dalla Brexit a Trump, edito da Imprimatur. Da attento conoscitore del panorama statunitense, anche grazie al dottorato in Media Studies alla New York University, è riuscito a fare un’attenta analisi di quanto accaduto nel 2016: “È cambiato il modo di parlare alle persone e i leader politici, o aspiranti tali, cavalcano l’onda del risentimento popolare”, spiega a ilfattoquotidiano.it.

Quando si parla di populismo, la mente corre subito a Donald Trump: “Ho iniziato a studiare le sue tecniche di comunicazione già durante la campagna elettorale per le primarie e quello che a tanti sembrava assurdo per me è stato solo un déjà vu”, spiega. La televisione, l’imprenditoria, le copertine: “Mi si è accesa immediatamente la lampadina – ammette -, e ho realizzato che quello che stava attraversando l’America noi l’avevamo già vissuto con Berlusconi”.

Ma rispetto a quest’ultimo, Trump ha avuto uno strumento in più, i social network: “Ha iniziato a usare Twitter nel 2012, in sordina, poi ha capito che è riuscito a costruire la sua fortuna politica”. Dall’altra parte dello schermo, però, c’è chi è pronto ad accogliere le sue polemiche: “Non dobbiamo pensare al pubblico come a un insieme inerme che viene manipolato – sottolinea -, le persone avevano voglia di trovare qualcuno che urlasse il loro malcontento”. Per questo la sua elezione non è stata poi così sorprendente: “È un personaggio ibrido e per questo riesce ad abbracciare un elettorato che va dalla casalinga interessata al gossip, al giovane che vuole fare successo, al veterano arrabbiato dell’esercito – spiega -, la sua vittoria ha rappresentato uno shock globale, ma a ben vedere è un prodotto del sistema stesso”.

È innegabile, però, che in questo processo abbia giocato un ruolo chiave il mondo dell’informazione, troppo spesso inquinato dalle fake news: “Nel libro analizzo alcuni episodi specifici che dimostrano come per un certo tipo di pubblico non ci sia più divisione tra notizia manipolata e realtà”, ammette. Come nel caso dei siti macedoni pro-Trump, i cui giovanissimi gestori avevano il solo scopo di pubblicare notizie false e gonfiate per guadagnare clic: “Questo ovviamente è un episodio limite, ma ci dimostra che la comunicazione è ormai guidata da logiche commerciali e orientata a soddisfare i bisogni più viscerali dell’audience”, sottolinea.

Il lavoro di ricerca e di indagine è stato rimpiazzato dalle polemiche: “Negli Stati Uniti i giornalisti investigativi sono stati sostituiti dagli opinionisti perché costano meno e hanno una resa più immediata, sono figure carismatiche a cui il pubblico si affeziona”, spiega. Sembra quindi evidente che oggi il pubblico abbia bisogno di punti di riferimento “urlati”: “Temo che questo momento di deriva debba ancora toccare il suo fondo, ma ho fiducia nel fatto che la società e le istituzioni sappiano rendersi conto di quanto siano pericolose le dinamiche che si sono innescate”.

Qualche piccolo passo è già stato fatto: “Facebook e Google sono finalmente intervenuti per arginare il fenomeno del clickbait – sottolinea -, viviamo ancora la fase adolescenziale dei social, quindi è importante che ognuno faccia la sua parte”. Altrimenti anche gli eventi più scioccanti rischiano di trasformarsi in consuetudine: “Com’è stato per tutti gli altri media, anche il web potrebbe diventare un pericoloso strumento di manipolazione – conclude -, per questo è importante studiare la sua evoluzione e provare ad anticipare le tendenze future”.

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