Sinceramente sono scioccato dal cumulo di informazioni sbagliate a proposito della siccità. Da una parte è tutto un rimpallo di responsabilità: è colpa di Acea se Roma avrà l’acqua razionata, è colpa di qualcun altro se molti comuni laziali sono già al razionamento. Dall’altra parte, sembrano tutti d’accordo sul fatto che il colpevole numero uno sia il cambiamento climatico.
Anche molti ecologisti lo dicono. E anzi, sembrano proprio contenti che alla fine sia chiaro a tutti che è necessario smetterla di bruciare petrolio e carbone inquinando il mondo. I fatti ci danno ragione, evviva!

Le cose non stanno così. Fermo restando che se non vogliamo che la vita umana su questo ridente pianeta finisca, dobbiamo cambiare sistema: il disastro della siccità è figlio solo in parte del cambiamento climatico. Il centro della questione in questo caso è un altro: il nostro sistema idrico è a pezzi. Al netto del riscaldamento climratico non sarebbe comunque in grado di reggere i normali sbalzi della piovosità.

Come si fa a dare tutta la colpa della siccità all’effetto serra, quando gran parte dell’acqua potabile si perde perché le tubature sono colabrodi? Come si fa a dire che non ha piovuto abbastanza quando i nostri laghi, fiumi e invasi artificiali sono interrati dal fango perché non si fanno i dragaggi e abbiamo perso così gran parte della capienza?

Non riusciamo a immagazzinare l’acqua che comunque cade dal cielo. Tanto per rendere l’idea, in Italia ci sono 158 grandi dighe e 542 più piccole che hanno una portata teorica totale di 13.772 milioni di metri cubi, ma si stima che a causa dei fanghi che riempiono i bacini, la capienza reale sia inferiore dal 30 all’80%. Lo stesso discorso vale per i laghi.

E quando piove troppo questo diventa un disastro perché anche i fiumi sono parecchio interrati, quindi straripano. Inoltre, l’agricoltura intensiva, con arature sempre più profonde, porta ogni anno a un ulteriore dilavamento del suolo con altri sedimenti che vanno a intasare il sistema idrico. Negli ultimi 60 anni abbiamo aumentato notevolmente la superficie boscata ma a causa dei tagli intensivi i boschi hanno comunque perso volume. Cioè, ci sono alberi mediamente parecchio più piccoli.

Quando piove ci sono meno foglie sui rami e per terra e l’acqua non rallentata scende a valle più velocemente. Ha quindi meno tempo per sgocciolare al suolo e il tappeto di foglie secche e humus ha una minor capacità di fungere da spugna e permettere la lenta infiltrazione nel terreno. Il che porta alla diminuzione dell’acqua che viene trattenuta sotto terra. Infine, dopo i tagli che lasciano il terreno senza la protezione del fogliame sui rami, l’acqua dilava il terreno portando a valle humus prezioso. Così dopo ogni taglio gli alberi cresceranno meno a causa della diminuzione dello spessore del suolo. Un danno incalcolabile. E milioni di metri cubi di terra finiscono nei fiumi e nei laghi.

Quando ero alle medie, dopo l’alluvione di Firenze ci spiegarono che il problema era che i fiumi italiani avevano perso gran parte della loro capacità di far defluire l’acqua. La professoressa ci disse anche che si era decisa una colossale azione di ripulitura del letto dei fiumi per evitare altre alluvioni. E noi creature eravamo tutti contenti e fiduciosi nello Stato. A me pareva ovvio che di fronte a un grande disastro come quello si intervenisse alacremente.

P.s.: Nell’ultima edizione di EcoFuturo abbiamo presentato tecniche agricole che permettono di abbandonare i vecchi sistemi di aratura profonda e la tecnica Decomar per il dragaggio ecologico ed economico dei fondali.

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