Negli anni della crisi 509mila italiani hanno fatto le valigie per cercare fortuna altrove. E’ la fotografia scattata dal rapporto “Il lavoro dove c’è” dell’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro. Dal 2008 al 2015 la mancanza di lavoro non solo ha spinto mezzo milione di persone ad andare via, cancellandosi dall’anagrafe dei comuni d’origine, ma ha anche scoraggiato i cittadini stranieri dal restare in Italia. Un Paese che “non attrae“, ha commentato Rosario De Luca, presidente della Fondazione studi dei consulenti del lavoro.

Ad aver fatto i bagagli, spiegano i professionisti, sono soprattutto laureati, “altamente qualificati”, che possono vantare un “elevato grado di specializzazione”: la già nota fuga di cervelli. Chi emigra sceglie soprattutto la Germania: solo nel 2015  si sono trasferiti lì in 20mila. Seconda meta, “in forte crescita”, la Gran Bretagna, che ha accolto 19mila italiani, terza la Francia. Il rapporto dei consulenti del lavoro fa anche notare che chi va all’estero, oltre ad avere più opportunità di trovare lavoro, riceve una busta paga più sostanziosa: la differenza fra il salario medio di chi lavora nella città di origine e di chi emigra per lavorare “supera i 500 euro“, cioè il 43,8% in più.

La fuga occupazionale dall’Italia, sottolinea il dossier, è aumentata in modo significativo a partire dal 2012, anno in cui se ne sono andate 236.160. Cifra che non ha mai smesso di aumentare: 318.255 nel 2013, 407.114 nel 2014, per poi superare il mezzo milione nel 2015. Non solo: la crisi economica ha anche causato il rimpatrio di un numero considerevole di cittadini dell’Est Europa, in particolare romeni, polacchi, ucraini e moldavi, che non trovavano più conveniente vivere in Italia visti “i redditi da lavoro percepiti”. Dal 2008 al 2016 sono stati quasi 300mila gli stranieri che, non trovando più opportunità di inserimento nel mercato italiano, hanno scelto di tornare nei loro Paesi d’origine o di andare altrove in Europa.

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