Dal 29 novembre al 3 dicembre a Marano di Napoli accadrà, per la 19a volta, qualcosa di straordinario: 1390 filmati arrivati da 102 nazioni (con Usa e Iran in testa e in coda la Corea del Nord con un filmato celebrativo del caro leader), 20 delegazioni di studenti di scuole italiane, ospitati da una rete di famiglie maranesi, verranno a presentare i propri spot e cortometraggi; presentazione di progetti multimediali realizzati con Libera e l’Istituto penale per i minorenni di Nisida… Parliamo del Marano Ragazzi Spot Festival che puntualissimo torna ogni anno a proporsi come modello di cooperazione, partecipazione e rete. Potremmo andare avanti in un post celebrativo, ad esempio descrivendo nei minimi dettagli il corposo programma del festival ma sarebbe superfluo, chiunque sia interessato ad #abitarelabellezza può cliccare il link del bel sito (www.spotragazzi.it) a disposizione di chi vuole approfondire e, perché no, partecipare alle proiezioni o alle altre attività che saranno presentate quest’anno.

L’aggancio, invece, ci torna utile per una riflessione, breve ma doverosa, su scuola, spot sociali e media education, tre delle parole chiave del Marano Ragazzi Spot Festival, insieme a legalità e comunicazione sociale, in particolare fatta attraverso gli spot video.

Chi, come noi, gira da anni per le scuole della Campania, sa che i temi della legalità e della cittadinanza responsabile sono tra i più battuti in ambito educativo e sarebbe inutile ricordarne il perché. Si tratta di temi da adulti che diverse volte, abbiamo notato, non vengono comunicati efficacemente ai ragazzi: la retorica finisce per farla da padrone, l’odiato convegno diventa lo strumento di diffusione più usato e si manifesta regolarmente il meccanismo di calare dall’alto qualcosa che ai ragazzi finisce per non interessare. Il risultato spesso è un martellamento che rischia di svuotare completamente di significato i suddetti termini.

A Marano di Napoli si opera diversamente, qualcuno griderebbe all’innovazione, in realtà la proposta è perfettamente ancorata al presente e al passo coi tempi, tempi in cui tutti hanno in tasca uno smartphone e la fruizione di gran parte dei contenuti culturali (che sia consapevole o meno) avviene attraverso di esso.

In un posto, la provincia di Napoli, in cui mai si deve perdere di vista il concetto di legalità, la scuola svolge un ruolo chiave con una fascia di età molto delicata e il Festival le chiede semplicemente di essere presente sugli strumenti più vicini ai ragazzi: se una volta era la Tv, oggi lo sono smartphone e tablet. Una presenza però non lasciata al caso, è richiesto uno sforzo educativo e organizzativo che non releghi gli studenti a semplici fruitori passivi ma li metta in condizione, con il dovuto supporto di media educator, di essere creatori dei messaggi, attori creativi, che riflettono insieme, con la logica del laboratorio e del confronto.

Sappiamo bene di essere entrati in un territorio minato, la scuola “deve insegnare a leggere, scrivere e far di conto” e pur essendo d’accordo con la lotta all’analfabetismo, ci permettiamo di aggiungere anche quella all’analfabetismo iconico; le immagini sono diventate l’alfabeto del nostro tempo, siamo circondati da rumore visivo (come ci ricorda Michele Neri), siamo tutti creatori di (spesso brutte) immagini, quella degli adolescenti è la generazione che avrà scattato e visto più foto di qualsiasi altra, ed è importante imparare a riconoscerne i clichè visivi e capire come possono influenzarci.

Non è un invito al rogo dei libri cartacei, vogliamo semplicemente ribadire il fatto che la cultura (nel suo significato più ampio) si trasmette attraverso diversi linguaggi e canali nuovi, forse meno nobili ma che sono parte della quotidianità e il demonizzarli, relegarli a qualcosa di superfluo o secondario, crediamo sia un atteggiamento non consono a un educatore, un insegnante o un dirigente scolastico.

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