In piazza San Giovanni a Roma per dire No al governo Renzi, alla riforma costituzionale e a un mondo del lavoro e della scuola che “proprio non va”. “Non è vita. E questo non si può chiamare lavoro”. Irene ha 31 anni e da sette le sue giornate cominciano sempre nello stesso modo: sveglia, doccia, e colazione col cellulare sul tavolo. “Facendo attenzione che prenda bene sennò non ti richiamano”. Aspetta ogni mattina la chiamata del Municipio. È una precaria della scuola dell’infanzia del Comune di Roma. Anzi, come si definisce lei, “più precaria dei precari“. La sua è una delle tante storie di precariato della scuola che si incontrano in piazza per dire No “a delle politiche che non solo non stanno cambiando nulla, ma anzi stanno peggiorando la situazione: nell’insegnamento ma anche in tutti gli altri settori”. “Se sei precario altrove almeno sai che lavorerai per, non so, tutto un mese”, aggiunge Irene, che spiega come per lei sia impensabile fissare anche una semplice visita medica: “E se mi ammalo scendo di punteggio”. “Per me ogni giorno è una sorpresa. Ti chiamano, ti dicono a quale scuola andare e tu ti precipiti. Fai le tue tre, quattro, sei ore di supplenza, conosci ogni giorno 25 bambini diversi, impari i loro nomi. Nel pomeriggio timbri il cartellino e via: sei licenziata”, racconta. “E la mattina dopo ricominci”.
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