“I mutamenti ambientali globali stanno facendo emergere la malattia di Lyme anche in Europa”. L’affermazione è contenuta in uno studio norvegese appena pubblicato su Nature, condotto da un team di ricercatori dell’University of Oslo, del Norwegian institute of bioeconomy research e del Norwegian veterinary institute. Il riferimento è alla cosiddetta “patologia invisibile” che, secondo le cronache recenti, ha colpito la modella 19enne Bella Hadid, come lei stessa racconta in una lettera alla madre, anche lei contagiata dalla malattia di Lyme.

I sintomi della malattia, come sottolineano gli esperti Usa dei Centers for disease control and prevention (Cdc), sono la presenza di macchie sulla pelle a forma di occhio di bue, accompagnate da dolori articolari, febbre, affaticamento e, nei casi più gravi non trattati tempestivamente, da disturbi neurologici e cardiaci. Provocata dal batterio “Borrelia burgdorferi”, appartenente al genere “spirocheta” – un tipo di microrganismo a forma di spirale -, la malattia è veicolata dalla puntura delle zecche del genere “Ixodes”. “Il riscaldamento del clima e il diverso consumo del suolo – si legge nello studio norvegese su Nature – stanno contribuendo alla maggiore diffusione delle zecche nell’Europa settentrionale”.

La malattia di Lyme è una delle tante patologie trasmesse dagli insetti, sulla cui diffusione globale l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sta ponendo sempre più l’accento negli ultimi anni. Un report dell’Oms paventa, infatti, il rischio di un milione di morti l’anno dovuti alle patologie trasmesse da punture d’insetti. E ammonisce governi, autorità locali, privati e singoli individui a “dedicare loro l’attenzione globale che meritano”.
Nei mesi scorsi la prestigiosa rivista “The Lancet Infectious Diseases” ha pubblicato uno studio sull’identificazione, negli Usa, di una nuova specie del batterio “Borrelia” legata alla malattia di Lyme. È stata denominata “Borrelia mayonii”, dal nome dell’istituto in cui è stata condotta la ricerca, la Mayo clinic di Rochester, nel Minnesota. “Una pessima notizia”, ha commentato Paul Mead, epidemiologo dei Cdc Usa, a margine del meeting congiunto dell’American society for microbiology (Asm) e dell’Interscience conference on antimicrobial agents and chemotherapy (Icaac), che si è svolto nei giorni scorsi a Boston. E che ha visto il nuovo batterio tra i protagonisti delle conferenze degli esperti.

Negli Usa, infatti, la malattia di Lyme è, secondo il New York Times, “la patologia infettiva che si diffonde più rapidamente, dopo l’Aids”. Proprio negli Stati Uniti si sono registrati i primi casi al mondo, nel 1975, nella piccola cittadina del Connecticut di Old Lyme, da cui la malattia prende il nome. “Per numero di casi, la malattia di Lyme è seconda solo alla malaria fra le patologie che richiedono un vettore artropode per la diffusione”. È la stima di Epicentro – il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica dell’Istituto superiore di sanità (Iss) -, che fa riferimento proprio ai dati dell’Oms.

In Italia è stata individuata la prima volta nel 1983, in Liguria. “Nel nostro Paese, nel periodo 1992-1998 si sono verificati circa un migliaio di casi di borreliosi di Lyme – si legge sul portale Epicentro, che cita dati raccolti dal ministero della Salute -. Le regioni maggiormente interessate sono il Friuli Venezia Giulia, la Liguria, il Veneto, l’Emilia Romagna e il Trentino Alto Adige (Provincia autonoma di Trento). Nelle regioni centro meridionali e nelle isole, invece – sottolineano gli epidemiologi italiani -, le segnalazioni sono sporadiche”.

Dagli stessi Stati Uniti, dove sono stati isolati i primi casi della malattia, potrebbe arrivare anche un’efficace strategia di contrasto. I ricercatori del Massachusetts institute of technology (Mit) di Boston, la stanno cercando nei topolini dell’isola di Nantucket, nel Massachusetts, colpiti dalla patologia. Come riporta il New York Times, “gli scienziati del Mit, usando innovative tecniche d’ingegneria genetica, propongono di creare topi immuni al patogeno responsabile della malattia di Lyme, a una proteina contenuta nella saliva delle zecche, oppure a entrambi. Lo scopo – concludono gli esperti – è spezzare il ciclo della trasmissione della patologia”.

Lo studio su Nature

L’abstract dello studio su The Lancet Infectious Diseases

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