Si è definitivamente conclusa, martedì 5 aprile, la lunga vicenda giudiziaria del writer Manu Invisible, primo caso nella storia italiana del movimento a essere finito in Corte di Cassazione. Il 26enne di origini sarde è stato prosciolto, dopo che la Seconda Sezione Penale della Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso che la Procura generale di Milano aveva fatto contro la formula della “particolare tenuità del fatto”. “Si è trattato di una sorta di accanimento accusatorio per un reato di cui si era già deciso nel primo grado – hanno detto gli avvocati difensori, Giuseppe Quaglia e Domenico Melillo – e per il quale si sono sprecati soldi pubblici”.

Il 20 giugno 2011 Manu Invisible era stato fermato dalla polizia di Milano mentre dipingeva uno scorcio notturno dei navigli milanesi in un sottopassaggio ferroviario in zona Lambrate. Accusato dalla Procura di Milano del reato di imbrattamento, il processo di primo grado lo aveva pienamente assolto, con tanto di riconoscimento da parte del giudice, Marialilia Speretta, del valore oggettivo artistico del graffito. Dopo il ricorso della Procura di Milano, nel 2015 si è tenuto il secondo processo, che si è concluso con l’assoluzione del writer con la formula della particolare tenuità del fatto, una riformulazione “in peggio” della sentenza di primo grado.

In Corte di Cassazione il caso arriva lo scorso 5 aprile quando il sostituto procuratore generale di Milano Tiziano Masini ricorre contro la formula, ma la sentenza della Cassazione conferma quanto detto in secondo grado. Ora la difesa ha chiesto che possa rimanere solo il verdetto di primo grado con l’assoluzione nel merito. “Penso – ha aggiunto Melillo – che il problema nasca da quando è stata introdotta la procedibilità d’ufficio per reati minori, tra cui l’imbrattamento: da quel momento è cresciuto il numero di procedimenti penali del tutto inutili”.

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