In un recente articolo intitolato “Perché serve una leadership mondiale” a firma del prof. Giulio Sapelli, l’autorevole professore ed economista offre una ricostruzione delle cause e delle dinamiche che hanno prodotto la crisi sistemica dell’economia mondiale. Prendendo le mosse dalla mancanza di una leadership mondiale, l’analisi del professore mette sotto la lente d’ingrandimento i meccanismi di malfunzionamento della governance europea e mondiale, e in particolare l’incapacità delle banche centrali di rispondere alle crisi finanziarie, quando queste banche non godono più della fiducia dei mercati a causa della loro incapacità di rispondere ad una crisi sistemica, che non scaturisce più semplicemente da una contingenza passeggera negativa, ma da cause strutturali e permanenti. In questo caso la risposta a questi squilibri, secondo Sapelli, è da cercarsi nella creazione di una leadership mondiale che si prenda la responsabilità di rimediare ai guasti delle politiche degli attori attuali, da essere sostituiti con dei nuovi organismi di carattere sovranazionale che il professore non identifica chiaramente, e soprattutto non fornisce coordinate esaustive sui meccanismi di determinazione di questa nuova supergovernance mondiale. Questa nuova struttura sovranazionale da chi e da cosa sarebbe legittimata? Quali sono i suoi componenti? Una questione che al momento ancora non sembra chiarita, ma a suscitare perplessità è il capovolgimento di causa ed effetto di quest’analisi, ovvero individuare la soluzione nel problema stesso. Come può essere l’accrescimento di potere e influenza della governance mondiale sulle singole politiche nazionali la risposta al problema, quando fino ad oggi essa ha permesso e incoraggiato quelle crisi sistemiche scaturite dalla liberalizzazione dei mercati finanziari?

Le origini della globalizzazione
Nel 1995 venne pubblicato un rapporto delle Nazioni Unite redatto dalla Commissione ONU sulla governance globale, dal titolo “Our global neighbourhood”, nel quale viene descritto il futuro che stiamo vivendo e i nuovi meccanismi di regolazione dell’economia mondiale, del diritto internazionale e dei cambiamenti climatici. La soluzione che viene avanzata per risolvere i problemi delle società contemporanee passa attraverso l’istituzione di una nuova governance sovranazionale di carattere mondiale che regoli tutti i principali settori delle società moderne, dall’economia all’ambiente, passando per la regolazione degli armamenti. Lo scopo di questa nuova alba della globocrazia, secondo i suoi promotori, sarebbe quello di rimuovere le diseguaglianze sociali e favorire il dialogo tra gli stati nazionali, attraverso lo strumento del diritto internazionale, divenuto cogente anche per quegli attori nazionali che rifiutano la sua legittimità. La visione che viene offerta dalla commissione delle Nazioni Unite,di conseguenza, considera superati e inadeguati gli stati nazione e la loro capacità di far fronte alle sfide che solo una leadership mondiale può superare.

Quello che viene taciuto nella relazione, intenzionalmente o meno, è il fatto che se gli stati nazione non riescono più a rispondere adeguatamente alle crisi economiche e sociali, è perché essi sono stati privati dei loro fondamentali strumenti di intervento nell’economia e nella legislazione sociale. Si prenda, ad esempio, il caso della Banca centrale europea, accusata di aver perso la fiducia dei mercati e di non saper rispondere efficacemente alle tensioni deflazionistiche che affliggono l’eurozona. Questa osservazione trascura che la Bce è priva di tutti gli strumenti tradizionali dei quali sono dotate tradizionalmente le banche centrali, dal momento che essa non può agire né da prestatore di ultima istanza, né può finanziare il deficit degli stati membri in modo tale da sostenere quelle politiche anticicliche essenziali per accelerare la ripresa della domanda aggregata. La Bce è stata strutturata osservando un preciso modello ideologico adottato anche dalle altre istituzioni della governance europea e mondiale, che assegnano un ruolo negativo alla presenza dello Stato nell’economia e prevede un’astensione di questo attore nell’indirizzo dei processi economici e sociali. Su questo Sapelli non manca affatto di riconoscere i limiti di applicazione di questo modello e puntualizza “la disgrazia della perdita della sovranità monetaria nazionale”, sulla quale oramai convergono anche gli economisti un tempo più vicini alle ragioni dell’euro. A non convincere sono i passaggi successivi del ragionamento, che piuttosto che auspicare un ritorno alla sovranità monetaria, si spingono fino ad approdare nel territorio sconosciuto della supergovernance globale.

Sostanzialmente quella che viene chiamata governance mondiale altro non è che l’adozione del modello economico e sociale statunitense, e il trasferimento delle sovranità degli stati nazionali nelle mani di Washington non ha fatto altro che ampliare enormemente il suo raggio d’azione e la sua capacità d’ingerenza in Europa grazie soprattutto alla creazione dell’Unione europea, che lungi dall’esaltare le sovranità degli stati membri si è rivelata una tigre di carta piegata dagli interessi degli Stati Uniti. Dunque qual è il senso di invocare l’esigenza di una leadership mondiale ancora più forte, oramai divenuta inderogabile secondo i suoi profeti, quando essa ha completamente fallito fino ad oggi in ogni settore della vita economica e sociale? Vengono in mente a tal proposito le parole di Ettore Gotti Tedeschi, ex presidente dello Ior, che in una recente intervista al Giornale ha dichiarato che ci sono forze che “vogliono un supergoverno mondiale”.

La riflessione che ancora non viene fatta negli ambienti vicini alla governance globale, è quella di interrogarsi sui rischi che tutto questo comporta. Imporre un processo di cessione di sovranità ancora più forte all’Europa rischierebbe sul serio di far deflagrare una volta per tutte le tensioni già fortissime in una spirale di rivolte dagli esiti imprevedibili. Purtroppo sembra ancora una volta che si decida di perseguire a ogni costo un’idea che la storia e l’economia hanno già condannato, e forse la lezione non è stata ancora appresa appieno.

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti
Articolo Precedente

Ue, Varoufakis: “Noi viaggiatori di terza classe nel Titanic dell’Unione europea”

next
Articolo Successivo

Grecia, migranti e hotspots: non trasformiamola nel lazzaretto d’Europa

next