Trentacinque anni di carcere per il naufragio del 3 settembre al largo delle coste della Turchia, in cui morì Aylan Kurdi, il bimbo curdo-siriano di 3 anni annegato con la madre, il fratello Galip di cinque anni e altri migranti in fuga dalla guerra in Siria. E’ questa la richiesta fatta dalla procura di Bodrum nei confronti di due scafisti siriani, ritenuti colpevoli di aver “causato la morte per negligenza deliberata” e di “traffico di esseri umani”. Oltre a loro, la polizia sospetta il coinvolgimento di altre 6 persone, tra cui 4 turchi, ancora in libertà. La Turchia ospita attualmente 2,5 milioni di siriani fuggiti dal conflitto in corso dal marzo del 2011 e a causa del quale finora sono morte almeno 250mila persone.

Il padre di Aylan, unico sopravvissuto della famiglia, è tornato nella città siriana di Kobane, divenuta il simbolo della resistenza curda allo Stato islamico. L’immagine del piccolo abbandonato senza vita sulla spiaggia aveva fatto il giro del mondo ed era diventata il simbolo delle stragi dei profughi in mare. “Non è sufficiente che il mondo rimanga scioccato – aveva detto nel giorno della tragedia il direttore di Unicef, Anthony Lake -. Lo choc deve essere accompagnato da un’azione. La situazione in cui si trovano questi bambini non è una loro scelta, né è sotto il loro controllo. Hanno bisogno di protezione, e hanno diritto alla protezione”.

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